Riflessioni di Settembre : cose che ho capito andando in Africa.

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In generale detesto le vacanze.

Non perché non mi piaccia trascorrere periodi di relax in giro, senza pensieri, ma perché mi distrugge il dover riprendere i ritmi da vita di merda che segnano queste nostre stressate esistenze. La prima notte che torno a dormire nel mio letto mi sento sempre come una giovane moglie del profondo sud che torna a casa dopo aver festeggiato con le amiche la Festa delle Donne in una locanda lucana con karaoke e spogliarello finale. Chissà. Non so. Sarà tipo una sindrome da libera uscita o un retaggio dovuto ai miei trascorsi da giovane cameriere in locande fuori mano con karaoke e spogliarello finale. Non sono un missionario, non so fare né il turista altolocato né il finto avventuriero da social, quello di cui avevo bisogno era ricordare e nutrirmi di una realtà in cui la vita si sviluppa lontano da ogni forma di superfluo interesse materiale. Avevo bisogno di rivedere la forza di legami sociali solidi, di un relazionarsi umano genuino, di progettualità collettive. Sai, esistono posti in cui più ricco sei quanti più amici hai. Fa bene ricordalo, anche se io con le amicizie so sempre stato disgraziato.
Questo “mal d’Africa” di cui ho sempre sentito parlare, forse ho capito cos’è. E’, probabilmente, un sentimento fatto di mille sensazioni, immagini, nuove consapevolezze che ti restano dentro generando un nuovo strato emotivo che ti porta a rigettare il sistema di valori che muove le vite di noi occidentali. Non mi soffermerò sul sottolineare l’infinita bellezza di questa terra in tutte le sue parti, sarebbe inutile e non conosco abbastanza aggettivi, ma vorrei raccontarvi piuttosto alcune riflessioni che ho avuto modo di fare.

 

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“Com’è profondo il mare / Com’è profondo il mare”:

 

Un giorno partiamo per un’escursione sull’atollo di Mnemba, una porzione di paradiso a largo di Zanzibar di proprietà di Bill Gates. Il celebre proprietario ha vietato l’accesso a questo isolotto, nessuno può metterci piede se non a pagamento, chiaramente. L’escursione consiste dunque nel restare a largo dell’atollo per poter fare un po’ di snorkeling amatoriale su una stupenda barriera corallina, tra delfini e tartarughe giganti, nel bel mezzo dell’Oceano Indiano. Arrivati nel punto migliore con una barcaccia di fortuna guidata da due guide minorennissime, ci tuffiamo per goderci l’incredibile esperienza. Io, armato di maschera, boccaglio ed una GoPro nella mano sinistra, inizio ad avventurarmi a testa in giù tra le quelle acque incantevoli. Pesci zebra, pesci pappagallo, ricci di mare giganti, delfini e mille altre cose coloratissime, ero estasiato. Finché, dopo qualche minuto, tornando a galla mi accorgo che la barcaccia era immensamente lontana, la corrente mi aveva spostato di almeno 3-400 metri. Inizio così a cercare di avvicinarmi, accorgendomi però che più nuotavo e più mi allontanavo, la corrente era fortissima ed io potevo usare solo un braccio perché nell’altro avevo la strumentazione da GoPro. Dopo un paio di minuti ero stremato, ricordo di aver pensato a Lucio Dalla che canticchiava “Com’è profondo il mare/ Com’è profondo il mare” e mentre continuavo ad allontanarmi, vedo finalmente arrivare in mio soccorso una delle due guide minorennissime. Pesava forse 40 kg, nemmeno l’ombra di un muscolo, appena lo spazio per i polmoni, ma in pochi minuti è riuscito a riportarci entrambi in barca trascinandomi controcorrente per almeno 400 mt. Sono rimasto basito ed incredulo e soprattutto salvo. Quella sensazione di impotenza, l’iniziare a prendere in considerazione la resa, non sapere quali pericoli ti circondano e la crescente consapevolezza che non puoi farcela, sono tutte sensazioni che mi sono rimaste addosso e che mi hanno aiutato ad immedesimarmi in tutte quelle persone che si ritrovano “in alto mare” per ragioni diverse, magari perché caduti nel Mediterraneo da un barcone, cercando di riappropriarsi di una vita che può chiamarsi tale, senza le energie che avevo io, senza nessuno che ti viene a salvare, con un intero mondo che vuole vederti morire.

 

 

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“Il leone ed il dentista”

 

Poco prima partire, un increscioso fatto di cronaca ha sconvolto l’intero globo: pare che un frustrato dentista americano con la passione di sparare a cose in movimento, sia arrivato in Zimbawe armato come Rambo, abbia organizzato un safari illegale con scagnozzi locali, attaccato un’esca alla Jeep ed attirato un leone al di fuori di un’area protetta in cui questo poveretto si trovava. Gli ha sparato di tutto, lo ha inseguito per 40 ore e, prima di sgozzarlo, si è fatto un selfie con il cadavere della povera bestia. Questo povero sfigato però non aveva ucciso un leone qualunque, si trattava di Cecìl, raro esemplare dalla criniera nera, simbolo del Paese. Il mondo intero è sceso in piazza, la piazza in questione è il web: “A morte il dentista!”. Decine di persone si sono asserragliate fuori al suo studio odontoiatrico, con tende e striscioni, chiedendo vendetta e giustizia. In pochi giorni l’opinione pubblica avrebbe voluto vedere un selfie di un gruppo di leoni con la testa del dentista. Tutti amano i leoni, nessuno i dentisti. Ed anche io, quando ho sentito la notizia, io che i leoni li ho visti sempre nei cartoni animati, ho pensato “Ma vedi che bastardo questo, devi morì, i leoni so troppo belli”. Poi sono partito, sperando di poterne incontrare qualche esemplare con cui giochicchiare in base ad un’idea tutta mia, frutto dei cartoni animati. Una delle cose più affascinanti di questo viaggio è stata il poter entrare in contatto con il popolo Masai. Si tratta di un popolo di nomadi, di origini antichissime, dedito principalmente alla pastorizia e con una struttura sociale assolutamente atipica. Incuriositi dalla loro estetica, affascinati dal mondo tribale, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Azubeike, un capo tribù. Superati i problemi di lingua, abbiamo scoperto persone meravigliose, simpaticissime ed assolutamente disponibili. Abbiamo capito inoltre quanto la loro sussistenza derivi dalla quotidiana lotta con i leoni. La loro attività principale è la pastorizia. A 16 anni ogni maschio masai si trova ad un punto cruciale della sua vita, deve affrontare tutta una serie di prove per stabilire il ruolo che avrà all’interno della propria tribù. La più importante di queste consiste nel riuscire ad uccidere un leone con una lancia, riportando coda ed i denti dell’animale come trofeo. Se uccidi il leone diventi “guerriero”, se non riesci finisci con fare il “pastore”. Il pastore ha il compito di vigilare sulle mucche, che hanno un’importanza vitale per questo popolo, pensate che per poter chiedere la mano dell’aspirante sposa, ogni giovane masai deve procurarsi e dare in dono dalle 16 alle 20 mucche alla famiglia della donna. I bovini non rappresentano solo una fonte alimentare, ma sono anche una forza-lavoro essenziale e rappresentano il concetto di ricchezza individuale. I leoni però mangiano le mucche. Per questo motivo i guerrieri hanno il compito di difendere i propri villaggi dai continui attacchi di queste belve. Sono costretti a turni continui di piantonamento sugli alberi, soprattutto la notte, perché quasi quotidianamente si registrano perdite animali ed umane. Azubeike ci ha raccontato dell’impossibilità di trascorrere serate davanti al fuoco per timore di attacchi improvvisi, lo stesso capo tribù qualche anno fa ha perso il fratellino di 7 anni sbranato da un leone. Perfino la “adamu”, la più famosa danza masai, nasce dall’usanza dei giovani guerrieri di dover spiccare salti altissimi per poter individuare criniere minacciose in lontananza. Allora ho pensato alla storia del dentista. Ho pensato che va bene, è giusto condannare atti così vili come il bracconaggio o qualunque forma di violenza verso gli animali, ma prima di schierarci è giusto dare la corretta dimensione e prospettiva alle informazioni. Da qui, da casa mia, da casa tua, il leone è uno splendido animale, re della foresta, prodigioso cacciatore, mascotte di centri commerciali. Ma lì, dove i leoni vivono per davvero, sono una dannata sciagura. Sono un pericolo enorme, rappresentano una minaccia costante per la vita di ogni abitante del luogo. Se si presenta qualcuno che vuole uccidere leoni, pagando quasi 50.000 dollari, non c’è da meravigliarsi che venga visto come un supereroe. Sapete quanti sono 50.000 dollari in Zimbawe? Non sto assolutamente giustificando l’atto ignobile, sto guardando i fatti da una prospettiva diversa. Il dentista va condannato, sia perché il leone era in una riserva sia perché uno che paga per uccidere va rinchiuso a prescindere. Però questa attitudine a sta sempre in mezzo, a pretendere di sapere sempre cosa è giusto, ovunque e per chiunque, mi snerva. Siamo desensibilizzati un po’ a tutto perché pensiamo di poter sapere ogni cosa. E vogliamo dire la nostra su ogni cosa, senza guardare i fatti dalla prospettiva di chi li vive. Infastidisce inoltre il non accorgersi di quanto in fondo poi siano solo atteggiamenti acchiappaconsensi, nessuno si schiera dalla parte dei pitoni birmani o dei topi da laboratorio, ma guai a chi tocca leoni, conigli, oche, quei dolcissimi agnelli e tutti gli animali peluchosi. La nostra moralità ha un’estetica, mantiene il culto della bellezza in ciò che vogliamo difendere. Questo ci rende dannatamente superficiali per quanto i nostri slogan e post possano essere commoventi. La globalizzazione, soprattutto vista dal web, è come se avesse appiattito il mondo dentro la nostra testa, come se avesse reso tutto il mondo il nostro paese. Quindi siamo convinti che la vita che facciamo in casa nostra sia quella da dover esportare ovunque, come se fossimo un esempio da seguire e da imporre. Non è un pensiero un tantino dittatoriale?

 

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“No woman, no cry”

 

Una volta avevo un amico, che per comodità chiameremo Tony. Un giorno Tony arrivò tutto felice fuori scuola urlando “casa libera per una settimana, mia madre parte per la Giamaica, fiesta!”. Era figlio unico ed il padre per lavoro era sempre via, a quell’età avere la casa libera per una settimana era il massimo. Mi sembrava strano però che una donna come lei, sempre così quadrata e precisa, una di quelle madri definibili “scassacazzo”, avesse scelto proprio la Giamaica come meta per un viaggio con amiche. Ci si scherzò su per un po’, ipotizzando una ben celata passione per le droghe leggere, ma la cosa rimase avvolta tra validi sospetti.

Nel villaggio in cui sono stato quest’anno, il venerdì (la nostra domenica per i musulmani) si andava tutti al Waikiki, una discoteca esotica sulla spiaggia di proprietà di un italiano. Appena arrivato, mi sono accorto immediatamente che c’era una situazione un po’ curiosa. La pista era piena di biondone 50enni che si scatenavano con ragazzi zanzibarini appena maggiorenni (almeno apparentemente). C’erano signorotte ubriachissime che arrivavano in pista, puntavano il dito (come per scegliere) verso un paio di ragazzi ed insieme sparivano verso le zone della spiaggia prive di illuminazione. Allora, incuriosito, ho cercato di capire ed ho così scoperto le dinamiche del turismo sessuale femminile. Nella maggior parte dei casi non si tratta di giovanissime, ma di signore tra i 45 e i 65 anni di età, in vena di trasgressione, oppure alla ricerca di esperienze difficili da provare nella loro quotidianità. Il proprietario del locale, un genovese espatriato da anni in Tanzania, mi ha raccontato che questa tipologia di turiste sono, per intere famiglie locali, vere e proprie fonti di reddito. Anche dopo i loro soggiorni, continuano a “mantenere” a distanza questi giovani gigolò, inviando loro soldi, gioielli, smartphones e comprando loro addirittura automobili o appartamenti. Ancora di più che per l’uomo, per una donna è difficile accettare ed accorgersi che si tratta di semplice interesse materiale e così, convinte di essere realmente amate e desiderate, anche una volta tornate in patria continuano a coltivare a distanza il loro amor esotico. A differenza dell’uomo, che cerca una partner diversa ogni sera, la donna è prettamente romantica e nel corso di una vacanza tende a frequentare un solo uomo. Loro non si sentono e non vogliono essere definite “predatrici sessuali”, è come se cercassero di viver una favola, in queste esperienze sognano di vivere l’amore. Anche perché, trovandosi di fronte a persone che vivono in uno stato di apparente povertà, intendono i pagamenti in denaro come una forma di sostegno, di supporto, per loro non si tratta assolutamente di prostituzione. Queste dinamiche sono particolarmente favorevoli ai maschi locali che, oltre al guadagno materiale, spesso riescono a convincere queste donne (soprattutto americane) a farsi sposare, riuscendo così ad ottenere molteplici cittadinanze. Il fenomeno da quelle parti è talmente sviluppato che, per andar in contro alle turiste più timide e timorose, anche all’interno dello staff di hotel, villaggi e club, vengono inseriti ragazzi di colore del luogo, con il solo scopo di essere particolarmente “simpatici” con quelle donne che non se la sentono di gettarsi tra le braccia ( o tra le gambe) di gente di strada. Spesso a far viaggi del genere sono addirittura madri e figlie o amiche celebranti nuove forme di addio al nubilato rese più accessibili dai tanti voli low cost che è ormai possibile trovare.
Finalmente ho capito cosa era andata a fare in Giamaica la mamma di Tony.

 

di Vincenzo Miele

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