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Riflessioni di Settembre : cose che ho capito andando in Africa.

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In generale detesto le vacanze.

Non perché non mi piaccia trascorrere periodi di relax in giro, senza pensieri, ma perché mi distrugge il dover riprendere i ritmi da vita di merda che segnano queste nostre stressate esistenze. La prima notte che torno a dormire nel mio letto mi sento sempre come una giovane moglie del profondo sud che torna a casa dopo aver festeggiato con le amiche la Festa delle Donne in una locanda lucana con karaoke e spogliarello finale. Chissà. Non so. Sarà tipo una sindrome da libera uscita o un retaggio dovuto ai miei trascorsi da giovane cameriere in locande fuori mano con karaoke e spogliarello finale. Non sono un missionario, non so fare né il turista altolocato né il finto avventuriero da social, quello di cui avevo bisogno era ricordare e nutrirmi di una realtà in cui la vita si sviluppa lontano da ogni forma di superfluo interesse materiale. Avevo bisogno di rivedere la forza di legami sociali solidi, di un relazionarsi umano genuino, di progettualità collettive. Sai, esistono posti in cui più ricco sei quanti più amici hai. Fa bene ricordalo, anche se io con le amicizie so sempre stato disgraziato.
Questo “mal d’Africa” di cui ho sempre sentito parlare, forse ho capito cos’è. E’, probabilmente, un sentimento fatto di mille sensazioni, immagini, nuove consapevolezze che ti restano dentro generando un nuovo strato emotivo che ti porta a rigettare il sistema di valori che muove le vite di noi occidentali. Non mi soffermerò sul sottolineare l’infinita bellezza di questa terra in tutte le sue parti, sarebbe inutile e non conosco abbastanza aggettivi, ma vorrei raccontarvi piuttosto alcune riflessioni che ho avuto modo di fare.

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“Com’è profondo il mare / Com’è profondo il mare”:

Un giorno partiamo per un’escursione sull’atollo di Mnemba, una porzione di paradiso a largo di Zanzibar di proprietà di Bill Gates. Il celebre proprietario ha vietato l’accesso a questo isolotto, nessuno può metterci piede se non a pagamento, chiaramente. L’escursione consiste dunque nel restare a largo dell’atollo per poter fare un po’ di snorkeling amatoriale su una stupenda barriera corallina, tra delfini e tartarughe giganti, nel bel mezzo dell’Oceano Indiano. Arrivati nel punto migliore con una barcaccia di fortuna guidata da due guide minorennissime, ci tuffiamo per goderci l’incredibile esperienza. Io, armato di maschera, boccaglio ed una GoPro nella mano sinistra, inizio ad avventurarmi a testa in giù tra le quelle acque incantevoli. Pesci zebra, pesci pappagallo, ricci di mare giganti, delfini e mille altre cose coloratissime, ero estasiato. Finché, dopo qualche minuto, tornando a galla mi accorgo che la barcaccia era immensamente lontana, la corrente mi aveva spostato di almeno 3-400 metri. Inizio così a cercare di avvicinarmi, accorgendomi però che più nuotavo e più mi allontanavo, la corrente era fortissima ed io potevo usare solo un braccio perché nell’altro avevo la strumentazione da GoPro. Dopo un paio di minuti ero stremato, ricordo di aver pensato a Lucio Dalla che canticchiava “Com’è profondo il mare/ Com’è profondo il mare” e mentre continuavo ad allontanarmi, vedo finalmente arrivare in mio soccorso una delle due guide minorennissime. Pesava forse 40 kg, nemmeno l’ombra di un muscolo, appena lo spazio per i polmoni, ma in pochi minuti è riuscito a riportarci entrambi in barca trascinandomi controcorrente per almeno 400 mt. Sono rimasto basito ed incredulo e soprattutto salvo. Quella sensazione di impotenza, l’iniziare a prendere in considerazione la resa, non sapere quali pericoli ti circondano e la crescente consapevolezza che non puoi farcela, sono tutte sensazioni che mi sono rimaste addosso e che mi hanno aiutato ad immedesimarmi in tutte quelle persone che si ritrovano “in alto mare” per ragioni diverse, magari perché caduti nel Mediterraneo da un barcone, cercando di riappropriarsi di una vita che può chiamarsi tale, senza le energie che avevo io, senza nessuno che ti viene a salvare, con un intero mondo che vuole vederti morire.

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“Il leone ed il dentista”

Poco prima partire, un increscioso fatto di cronaca ha sconvolto l’intero globo: pare che un frustrato dentista americano con la passione di sparare a cose in movimento, sia arrivato in Zimbawe armato come Rambo, abbia organizzato un safari illegale con scagnozzi locali, attaccato un’esca alla Jeep ed attirato un leone al di fuori di un’area protetta in cui questo poveretto si trovava. Gli ha sparato di tutto, lo ha inseguito per 40 ore e, prima di sgozzarlo, si è fatto un selfie con il cadavere della povera bestia. Questo povero sfigato però non aveva ucciso un leone qualunque, si trattava di Cecìl, raro esemplare dalla criniera nera, simbolo del Paese. Il mondo intero è sceso in piazza, la piazza in questione è il web: “A morte il dentista!”. Decine di persone si sono asserragliate fuori al suo studio odontoiatrico, con tende e striscioni, chiedendo vendetta e giustizia. In pochi giorni l’opinione pubblica avrebbe voluto vedere un selfie di un gruppo di leoni con la testa del dentista. Tutti amano i leoni, nessuno i dentisti. Ed anche io, quando ho sentito la notizia, io che i leoni li ho visti sempre nei cartoni animati, ho pensato “Ma vedi che bastardo questo, devi morì, i leoni so troppo belli”. Poi sono partito, sperando di poterne incontrare qualche esemplare con cui giochicchiare in base ad un’idea tutta mia, frutto dei cartoni animati. Una delle cose più affascinanti di questo viaggio è stata il poter entrare in contatto con il popolo Masai. Si tratta di un popolo di nomadi, di origini antichissime, dedito principalmente alla pastorizia e con una struttura sociale assolutamente atipica. Incuriositi dalla loro estetica, affascinati dal mondo tribale, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Azubeike, un capo tribù. Superati i problemi di lingua, abbiamo scoperto persone meravigliose, simpaticissime ed assolutamente disponibili. Abbiamo capito inoltre quanto la loro sussistenza derivi dalla quotidiana lotta con i leoni. La loro attività principale è la pastorizia. A 16 anni ogni maschio masai si trova ad un punto cruciale della sua vita, deve affrontare tutta una serie di prove per stabilire il ruolo che avrà all’interno della propria tribù. La più importante di queste consiste nel riuscire ad uccidere un leone con una lancia, riportando coda ed i denti dell’animale come trofeo. Se uccidi il leone diventi “guerriero”, se non riesci finisci con fare il “pastore”. Il pastore ha il compito di vigilare sulle mucche, che hanno un’importanza vitale per questo popolo, pensate che per poter chiedere la mano dell’aspirante sposa, ogni giovane masai deve procurarsi e dare in dono dalle 16 alle 20 mucche alla famiglia della donna. I bovini non rappresentano solo una fonte alimentare, ma sono anche una forza-lavoro essenziale e rappresentano il concetto di ricchezza individuale. I leoni però mangiano le mucche. Per questo motivo i guerrieri hanno il compito di difendere i propri villaggi dai continui attacchi di queste belve. Sono costretti a turni continui di piantonamento sugli alberi, soprattutto la notte, perché quasi quotidianamente si registrano perdite animali ed umane. Azubeike ci ha raccontato dell’impossibilità di trascorrere serate davanti al fuoco per timore di attacchi improvvisi, lo stesso capo tribù qualche anno fa ha perso il fratellino di 7 anni sbranato da un leone. Perfino la “adamu”, la più famosa danza masai, nasce dall’usanza dei giovani guerrieri di dover spiccare salti altissimi per poter individuare criniere minacciose in lontananza. Allora ho pensato alla storia del dentista. Ho pensato che va bene, è giusto condannare atti così vili come il bracconaggio o qualunque forma di violenza verso gli animali, ma prima di schierarci è giusto dare la corretta dimensione e prospettiva alle informazioni. Da qui, da casa mia, da casa tua, il leone è uno splendido animale, re della foresta, prodigioso cacciatore, mascotte di centri commerciali. Ma lì, dove i leoni vivono per davvero, sono una dannata sciagura. Sono un pericolo enorme, rappresentano una minaccia costante per la vita di ogni abitante del luogo. Se si presenta qualcuno che vuole uccidere leoni, pagando quasi 50.000 dollari, non c’è da meravigliarsi che venga visto come un supereroe. Sapete quanti sono 50.000 dollari in Zimbawe? Non sto assolutamente giustificando l’atto ignobile, sto guardando i fatti da una prospettiva diversa. Il dentista va condannato, sia perché il leone era in una riserva sia perché uno che paga per uccidere va rinchiuso a prescindere. Però questa attitudine a sta sempre in mezzo, a pretendere di sapere sempre cosa è giusto, ovunque e per chiunque, mi snerva. Siamo desensibilizzati un po’ a tutto perché pensiamo di poter sapere ogni cosa. E vogliamo dire la nostra su ogni cosa, senza guardare i fatti dalla prospettiva di chi li vive. Infastidisce inoltre il non accorgersi di quanto in fondo poi siano solo atteggiamenti acchiappaconsensi, nessuno si schiera dalla parte dei pitoni birmani o dei topi da laboratorio, ma guai a chi tocca leoni, conigli, oche, quei dolcissimi agnelli e tutti gli animali peluchosi. La nostra moralità ha un’estetica, mantiene il culto della bellezza in ciò che vogliamo difendere. Questo ci rende dannatamente superficiali per quanto i nostri slogan e post possano essere commoventi. La globalizzazione, soprattutto vista dal web, è come se avesse appiattito il mondo dentro la nostra testa, come se avesse reso tutto il mondo il nostro paese. Quindi siamo convinti che la vita che facciamo in casa nostra sia quella da dover esportare ovunque, come se fossimo un esempio da seguire e da imporre. Non è un pensiero un tantino dittatoriale?

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“No woman, no cry”

Una volta avevo un amico, che per comodità chiameremo Tony. Un giorno Tony arrivò tutto felice fuori scuola urlando “casa libera per una settimana, mia madre parte per la Giamaica, fiesta!”. Era figlio unico ed il padre per lavoro era sempre via, a quell’età avere la casa libera per una settimana era il massimo. Mi sembrava strano però che una donna come lei, sempre così quadrata e precisa, una di quelle madri definibili “scassacazzo”, avesse scelto proprio la Giamaica come meta per un viaggio con amiche. Ci si scherzò su per un po’, ipotizzando una ben celata passione per le droghe leggere, ma la cosa rimase avvolta tra validi sospetti.

Nel villaggio in cui sono stato quest’anno, il venerdì (la nostra domenica per i musulmani) si andava tutti al Waikiki, una discoteca esotica sulla spiaggia di proprietà di un italiano. Appena arrivato, mi sono accorto immediatamente che c’era una situazione un po’ curiosa. La pista era piena di biondone 50enni che si scatenavano con ragazzi zanzibarini appena maggiorenni (almeno apparentemente). C’erano signorotte ubriachissime che arrivavano in pista, puntavano il dito (come per scegliere) verso un paio di ragazzi ed insieme sparivano verso le zone della spiaggia prive di illuminazione. Allora, incuriosito, ho cercato di capire ed ho così scoperto le dinamiche del turismo sessuale femminile. Nella maggior parte dei casi non si tratta di giovanissime, ma di signore tra i 45 e i 65 anni di età, in vena di trasgressione, oppure alla ricerca di esperienze difficili da provare nella loro quotidianità. Il proprietario del locale, un genovese espatriato da anni in Tanzania, mi ha raccontato che questa tipologia di turiste sono, per intere famiglie locali, vere e proprie fonti di reddito. Anche dopo i loro soggiorni, continuano a “mantenere” a distanza questi giovani gigolò, inviando loro soldi, gioielli, smartphones e comprando loro addirittura automobili o appartamenti. Ancora di più che per l’uomo, per una donna è difficile accettare ed accorgersi che si tratta di semplice interesse materiale e così, convinte di essere realmente amate e desiderate, anche una volta tornate in patria continuano a coltivare a distanza il loro amor esotico. A differenza dell’uomo, che cerca una partner diversa ogni sera, la donna è prettamente romantica e nel corso di una vacanza tende a frequentare un solo uomo. Loro non si sentono e non vogliono essere definite “predatrici sessuali”, è come se cercassero di viver una favola, in queste esperienze sognano di vivere l’amore. Anche perché, trovandosi di fronte a persone che vivono in uno stato di apparente povertà, intendono i pagamenti in denaro come una forma di sostegno, di supporto, per loro non si tratta assolutamente di prostituzione. Queste dinamiche sono particolarmente favorevoli ai maschi locali che, oltre al guadagno materiale, spesso riescono a convincere queste donne (soprattutto americane) a farsi sposare, riuscendo così ad ottenere molteplici cittadinanze. Il fenomeno da quelle parti è talmente sviluppato che, per andar in contro alle turiste più timide e timorose, anche all’interno dello staff di hotel, villaggi e club, vengono inseriti ragazzi di colore del luogo, con il solo scopo di essere particolarmente “simpatici” con quelle donne che non se la sentono di gettarsi tra le braccia ( o tra le gambe) di gente di strada. Spesso a far viaggi del genere sono addirittura madri e figlie o amiche celebranti nuove forme di addio al nubilato rese più accessibili dai tanti voli low cost che è ormai possibile trovare.
Finalmente ho capito cosa era andata a fare in Giamaica la mamma di Tony.

di Vincenzo Miele

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L’importanza del fare lavori di merda.


Sono uno cresciuto al Sud.
E al Sud, per cultura e soprattutto necessità, la ricerca del lavoro inizia davvero molto presto. A 16 anni, quando ancora andavo a scuola, avevo due lavori : lavoravo il pomeriggio nel bar di famiglia e nei week-end in diversi ristoranti della zona come cameriere. Non erano prettamente ragioni economiche a spingermi verso quegli impegni, era automatico impegnarsi in attività in qualche modo remunerative appena avevi i mezzi necessari per rappresentare una forza lavoro. Dai 16 ad oggi ho fatto una miriade di lavori di merda, senza alcun collegamento logico o attitudinale tra loro, ma tutti diciamo quantomeno formativi. Ne elencherò solo i migliori.

Il Cartellista al Bingo

Se ai tempi di Dante Alighieri fossero esistite le sale da Bingo, uno dei gironi infernali ne avrebbe avuto le stesse sembianze. Scafati, ingrigita e puzzolente paesello della provincia salernitana, c’è una sala Bingo e tanta gente che non ha nulla da perdere e che sogna la svolta mediante un pigro tocco di pennarello o un casuale susseguirsi di palline giuste. Ci sono quelli che estraggono le palline, ci sono quelli che portano vivande, ci sono quelli che fanno sicurezza e ci sono quelli che vendono le cartelle con i numeri. Io ero uno che vendeva le cartelle con i numeri. Gli orari dei turni erano disumani : dalle 17:00 alle 06:00. Il tempo di tornare a casa allucinato e con mille numeri in testa, dormire malissimo in orari in cui tutti gli altri vivono e producono tutti i rumori del vivere , svegliarsi senza fame e tornare all’inferno. Per i fortunati che non conoscono l’ambientino, l’intento è vendere più cartelle possibile nel giro di una serata, quindi fare più partite possibili. La sala aveva un totale di 30 tavoli, ogni tavolo aveva 6 persone, un totale di 180 persone divise per 6 cartellisti a turno. Dunque ognuno di noi aveva 30 persone a cui vendere cartelle in 5 minuti, ovvero l’intervallo tra un’estrazione e l’altra. Ogni persona comprava una media di 3-4 cartelle, quindi immaginate una media di 120 cartelle vendute a partita. Ora vendere una cartella in quel posto lì è una cosa complicatissima ed assumeva sfaccettature morbosamente inquietanti, che rendevano quel lavoro rischioso come pochi. La clientela si divideva su per giù in queste categorie : vecchie rincoglionite già prive di anima e dal dialetto incomprensibile, uomini allo sbando con addosso i segni di tutte le dipendenze del mondo, giovanotti di provincia allo sbando con addosso i segni di tutte le dipendenze del mondo, invalidi accompagnati da falsi invalidi e, soprattutto, quelli che venivano con la chiromante. Si perché il gioco è strettamente legato alla scaramanzia e a leggi della numerologia distanti anni luce da quelle che poi realmente regolano i giochi come questo. All’interno di questo mondo accadono cose come licenziamenti di colleghi ritenuti “iettatori” dal pubblico (come le accuse di stregoneria al Medioevo), liti furibonde e minacce ai cartellisti che avevano distribuito le cartelle in un ordine tale da aver favorito uno piuttosto che un altro, l’assenza del tavolo #17, il divieto di augurare anche solo “buona serata!”ed infine l’incredibile usanza di portarsi una chiromante in grado di prevedere le estrazioni (in cambio di una percentuale sulle improbabili vittorie). Con gente e dinamiche del genere avevi matematicamente 6 secondi per persona, questo tipo di persone, in 6 secondi dovevi accontentare tutte le loro monomanie ed essere dannatamente preciso con i soldi ed il resto, perché tutto ciò che mancava a fine serata dovevi rimettercelo tu. Potete immaginare le quantità di stress?Ho retto tre mesi, meglio uscirne da volontario che da iettatore. Sono riuscito a metter da parte un po’ di soldi perlomeno, almeno la paga era buona, ma per molto tempo mi è capitato di svegliarmi nel cuore della notte urlando : “27! Due-sette.”

Il Venditore di Kirby

Ancora mi chiedo come ho fatto. E mi chiedo pure come sia possibile che ci sia gente che ancora riesce a farlo. Posto che io sono la persona meno adatta al mondo al vendere cose, sono timido, riservato, leale in dosi controproducenti, non amo i soldi e già di mio compro poco, riuscire a vendere quell’aggeggio era davvero un’impresa da Dio. Il Kirby è in pratica un’ aspirapolvere multifunzione, la Mecca di ogni casalinga estremista, di tutte quelle donne che portano avanti con la vita la lotta al pulviscolo atmosferico ed allo sporco ostinato, dava effettivamente l’illusione di poter avere il totale controllo dell’igiene casalinga ma aveva costi stellari. Ai miei tempi costava intorno ai 3.000 €, cifra impegnativa per una scopa elettrica, ed infatti il giorno del colloquio molti dipendenti mi avevano confidato che non se ne vendeva nemmeno uno.
Il primo giorno avevo appuntamento alle 8.00 all’ufficio centrale per il meeting mattutino, mi dissero di vestirmi con giacca e camicia, la cravatta me l’avrebbero data loro. Quello che trovai alle 8.00 di mattina in quell’ufficio centrale fu scioccante. Immaginate una sala riunioni con arredamenti reciclati di bassa qualità, musica a tutto volume, gente immotivatamente gasata, un clima di festa e trenini che per qualche attimo mi crearono il dubbio di aver sbagliato posto ed esser finito ad un after di scambisti. Sarà che per me al mattino non esiste alcuna ragione plausibile per esser di buon umore, ma quella situazione era decisamente losca. All’ingresso una donna travestita da donna più giovane, come fossi appena atterrato ad Honolulu, mi porge in dono questa cravatta stile Paolo Limiti 93’ con enormi smile di varie dimensioni.

Non sapevo cosa fare, nessuno mi aveva spiegato in cosa consistesse il lavoro, non conoscevo nessuno e mi trovavo in questa sala con in mano la smile-cravatta e tutti che ballavano Don’t Stop Me Now dei Queen. Accennando timidi movimenti con la spalla cercavo di integrarmi scambiando sguardi e sorrisi d’approvazione con tutti gli invasati che incrociavo, fortunatamente conoscevo la canzone, ma non avevo alcuna direzione né indicazioni precise. Ad un tratto sul palco – si, c’era anche un palco- spunta questo tizio che, con aria da venerabile maestro, fa partire il più patetico e sgrammatico discorso motivazionale mai sentito. E tutti gridavano, tutti ballavano, erano tutti felici anche se non vendevano un cazzo. Terminato il meeting , mi si avvicinò nuovamente la donna travestita da donna più giovane, aveva un’espressione radicalmente opposta a quella di poche ore prima, io volevo scappare. In assoluto silenzio mi diede questa lista con nomi ed indirizzi, una parte da imparare a memoria ed il box con il mio primo Kirby,lo lasciò cadere a terra con l’aria di chi voleva in realtà esclamare : “Mo so cazzi tuoi”. Gli appuntamenti, estorti chissà come e chissà da quale scagnozzo, erano organizzati più o meno cosi :

Signora Scognamiglio – ore 13.00 – Napoli
Signora Rosa – ore 13:30 – Sorrento
Signora Mario – ore 13: 45 – Napoli

Ora, Napoli – Sorrento sono tipo 70 km, 1 ora e un quarto a tavoletta, senza contare che allora non esistevano smartphones o app di mappe ed io avevo una Peugeot 106 del 98’. Non c’era alcuna logica, ma l’unica possibilità che avevi per guadagnare qualcosa e dare senso all’insensato era cercare di fare più appuntamenti possibile e sperare nella legge dei grandi numeri. Questa povera gente che però accettava gli appuntamenti per sfinimento, dava sempre appuntamento intorno l’ora di pranzo e quindi le scene che mi si presentavano erano sempre le seguenti : entravo in queste case di gente che non aveva nemmeno le mattonelle sulle pareti, mentre loro pranzavano io mi lanciavo nell’infinita spiegazione delle mille funzionalità di quel fottuto Kirby,tutti seguivano il telegiornale, minimi storici d’attenzione, tra i dialettali sfottò dei coglioni di turno fino al solito “ti facciamo sapere” che precedeva la pacca sulla spalla con cui finalmente mi guadagnavo l’uscita. Dopo innumerevoli appuntamenti da fotoromanzo, decisi che mi sarei ritirato solo dopo aver avuto la soddisfazione di venderne almeno uno. Per ogni Kirby venduto la parcella del venditore era di 800€. Riuscii a venderlo ad una signora in pensione di Sarno e cosi subito mi fiondai nella sede centrale per riscuotere la mia parte e urlare addio. Dopo qualche tempo si diffuse la notizia che si trattava di una truffa colossale, i contratti erano legalmente truffaldini e sul web potevi comprare lo stesso prodotto ad ¼ del prezzo da noi proposto. Sono stati accusati di circonvenzione di incapace, per tutte le vecchiette ed i dipendenti ingannati ed il guru del palco è stato arrestato. Mi chiedo solo che fine abbiano fatto tutte le smile-cravatte.

L’uomo che usciva la gente

Una mia amica lavorava al guardaroba di una discoteca “posh” di Sorrento – classico ambientino dove senza camicia o strass non sei nessuno – ed una sera mi dice che stavano cercando personale per la sicurezza.
– “Claudia ma mi hai visto? Peso 30 kg e non incuto timore nemmeno agli insetti, ti pare il caso?
– “ Tranquillo non è quel tipo di sicurezza, si tratta di porte.”
In pratica in questo locale abbastanza piccolo non era possibile fumare ed avevano creato uno spazio esterno per i fumatori. Poiché questa smoking-area era grande quanto una tinozza, bisognava centellinare le persone che vi accedevano; inoltre poiché la zona confinava con alcune case, era necessario che qualcuno si occupasse di tenere chiuse le porte che collegavano interno ed esterno per non far uscire la musica del locale.

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Quel qualcuno ero io. Avevo quindi il compito di stare tra queste due porte e gestire il flusso in entrata ed uscita dei fumatori nella maniera più sincronizzata possibile per evitare la dispersione di rumori molesti. La cosa si rivelò immediatamente ardua ed oltretutto mi sentivo l’uomo più triste del mondo. Ero costretto a stare chiuso in questa zona cuscinetto tra fumo passivo e musica insonorizzata, la gente mi odiava, sembravo uno stronzo in un acquario, come poteva un solo uomo fermare le dipendenze di 500 persone ubriache? La prima sera, dopo due ore, finii in due risse, una delle due porte andò in frantumi, alcune ragazze vomitarono nella zona cuscinetto, una ci si addormentò, da alcune finestre delle abitazioni iniziarono a cadere secchiate d’acqua e fui licenziato a serata ancora in corso. Quella sera tornai a casa con una sola scarpa.

La morale è che fare lavori di merda risulta quantomeno essenziale ai fini dell’evoluzione individuale e dell’empatia sociale. E’ utile a sviluppare quel senso di comprensione delle dinamiche e delle problematiche altrui. Siamo abituati a pensare che nessuno faccia bene il proprio lavoro, che ci siano solo ladri e fannulloni, ma non è cosi. Bisogna avere rispetto per tutte le professioni ed averne comprensione, di certo aiuterebbe a risollevare lo status dei legami sociali, decisamente frammentati dai milioni di giudizi gratuiti che ogni giorno esprimiamo. Oggi, fortunatamente, ho lavoro di tutto rispetto, per cui il detto “dalle stalle alle stelle” calzerebbe a pennello, ma sono certo che, se non avessi acquisito molte capacità durante quei periodi di buio, non sarei riuscito ad essere all’altezza della mia professione attuale. Dunque in questo periodo in cui l’argomento lavoro è sempre qualcosa di amaro, un atteggiamento positivo ed empatico non può fare altro che renderci persone migliori, magari con le pezze al deretano, ma con un’anima nobilissima.

di Vincenzo Miele

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Il Clientelismo del sabato sera.

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Ricordo ancora l’emozione della mia prima perfomance live a Roma. Quando mi dissero che avrei suonato nella capitale passai l’intera notte a ripassare ed approfondire ogni minima parte di quello che sarebbe stato il mio primo set davanti ad un vasto pubblico di gente abituata ai grandi nomi. La gioia era dovuta anche all’assaporare il gusto di un riscatto personale che rincorrevo dentro da anni, poter finalmente dire addio a quelle mestissime peculiarità che contraddistinguono il suonare in ambienti di provincia. Impianti da karaoke improvvisati a festa, consolle di fortuna fatte di tavolini e componenti azzera-dislivelli, locandine create da maniaci daltonici maestri nel contenere il brutto assoluto in formati 70×33, l’ignoranza, l’autoritarismo del proprietario che abbassa il volume perché “so’ le 23.30 e si è fatta na certa”, la mortificazione dell’effetto juke-box o del chiederti di fare tanti auguri ad Armando, che proprio oggi compie 50 anni e che vanno festeggiati proprio nel momento in cui sei al culmine dei tuoi 10 minuti di performance, prima di lasciare spazio a “Dj The Situation” ed agli altri 36 dj’s che compongono un’infuocata line-up. Ma quello che proprio non riuscivo ad accettare era il solito meccanismo per cui se volevi essere uno di quei 36 fortunati, dovevi assicurare perlomeno un consumo di 10 birre chiare di bassissima qualità e non potevi nemmeno berle tutte tu, dovevi assicurare la corrispondenza tra il consumo di 10 birre chiare di bassissima qualità ed un numero di persone reali. Non era questo un problema. Per me il problema era che alla fine suonavo sempre davanti alle stesse persone, davanti a quei soliti amici che ormai odiavano ogni mio pezzo e che pur di evitare di esser invitati iniziarono a diventar astemi.

Sono sempre stato una persona leale ed accanito suppoter della meritocrazia, dunque a me andava bene ritrovarmi in quella pozzanghera artistica, è giusto che finchè sei una pippa tu ti ritrova a competere tra le pippe, è anche un modo per spingerti a migliorare, a crescere, a farti credere che, se un giorno diverrai uno bravo, potrai racchiudere tutte queste tristezze in quel grosso baule chiamato “gavetta”. Tutto falso, purtroppo. Ovunque io abbia suonato nella mia vita, anche in locali conosciuti a livello nazionale, mi è sempre stato chiesto di portare gente. Anche a Milano, quando magari io vivevo a Roma. A dimensioni variabili, dalla piccola locanda di paese al grande club da capitale, si perpetua, da tempo e nel tempo, quella sorta di meccanismo capitalistico per cui “chi produce gode, chi non produce va via”, ma il tipo di “produzione” che si pretende da un artista non ha nulla a che fare con l’arte proposta dallo stesso. Oltre ad una evidente mistificazione professionale con chi cura le pubbliche relazioni, questi vampiri di talento altrui sono colpevoli di aver sostituito l’obiettivo finale per cui l’artista investiva tutte le sue energie. Un conto è credere che verrai premiato se sei un professionista, un altro è credere che ciò avverrà se ti trasformerai un aggressivo accumulatore di claquer riempi-pista.Se parlassimo di strip-club sarebbe diverso, un bel culo è un bel culo a prescindere di come la tipa riesce a muoverlo, gli spettatori non necessitano di particolari competenze a riguardo e le loro lacune non incidono in alcun modo sullo sviluppo o l’inviluppo di nessun tipo di ideologia o movimento culturale. A Roma ad esempio avviene un fenomeno agghiacciante. Basta andare nel week-end fuori ad uno qualunque dei più rinomati club capitolini, trovare file enormi, liste, contro-liste, parole in codice, iniziare a chiedere chi sarà il main -guest della serata e ricevere, puntualmente, una serie di borbottii e sguardi vaghi ma mai la risposta giusta. Perché non la conoscono. Loro non sono lì perché suona tizio o caio, loro sono lì perché hanno amici che vanno lì. Ma anche dentro eh! Vedi gente sotto la consolle, presissima, con tanto di selfie in prospettiva con il Dj ma nessuna idea su chi stia suonando. Se ad un tratto qualcuno sostituisse la figura umana con un juke-box non se ne accorgerebbe nessuno. David Guetta docet. Questo meccanismo genera un taglio netto, doppiamente controproducente sia all’artista che al suo pubblico. Perché a pubblico incompetente corrisponde artista incompetente. Al centro ci sono le organizzazioni, che mettono insieme, a caso, pubblico ed artista quasi come fosse uno speed-date senza parametri dal solo fine remunerativo. Se il pubblico non viene canalizzato in base ai propri gusti ed alle relative esigenze culturali o d’intrattenimento, si attua semplicemente un tentativo di massificazione, che, eccetto per i cortei senza giusta causa, non è mai una cosa buona. Il mio non vuole essere un attacco a chi cura le pubbliche relazioni, è una professione a tutti gli effetti, anche impegnativa e necessaria, il mio è un misero tentativo di stimolare le persone ad ampliare i propri interessi, implementare le esperienze acculturanti che è possibile trovare anche quando si è convinti che l’unico modo per forzare la macchina e raggiungere apici emozionali sia quello di bere drink scadenti tra musica asettica. E’ come se mancasse la consapevolezza del fatto che quel tizio in piedi tra vinili,cavi e tasti sia realmente un artista. L’abominevole commercializzazione della figura del Dj e l’imborghesimento profondo della musica elettronica hanno poi creato un largo spaccato all’interno del suo stesso bacino d’utenza. Si passa dal vuoto pneumatico degli incompetenti, all’insopportabile estremismo ideologico dei competenti, rendendo il tutto ancora più confusionale. E in questa assenza di lucidità le organizzazioni di eventi e la loro scia di p.r. manovrano la mercificazione di presunti valori ideali e relazioni sociali. C’è davvero bisogno di qualcuno che debba dirti dove andare e come divertirti?Quando vai al ristorante sei in grado di scegliere tra carne e pesce, perché sai cos’è la carne e sai cos’è il pesce e per lo stesso principio si dovrebbe esser in grado di sapere cosa ci diverte ma soprattutto perché. Invece noi siamo legati a questa pigrizia intellettuale all’italiana, per cui non ci interessa impegnarci in alcuna forma di ricerca o arricchimento personale, preferiamo adagiarci sul comodo guanciale del passaparola. Un po’ come succede per la politica no? Io non voto quel politico per le sue idee ma per tutta una serie di ragioni che rendono quel politico a me più congeniale. Dunque non vince il politico per le sue idee ma vince quello che, con mezzi terzi, riesce a farsi strada. Stessa ed identica cosa, in piccole proporzioni chiaramente, nel mercato del clubbing. Questa forma di clientelismo, il fine puramente commerciale per cui si organizzano cose e fatti, la spaventosa attitudine a vendere il proprio tempo libero in cambio del più eccitante tipo di alienazione, ha reso tutti noi mercanti di emozioni spicciole che durano al massimo il tempo di un week-end. Con ogni mezzo possibile, grazie anche alla scoperta e all’abuso di varie forme di web-marketing (che nessuno sa cos’è ma tutti sanno che ormai ci vuole), l’obiettivo unico è mettere insieme persone, non conta se è tua nonna con la badante e i suoi parenti, i tesserati del circolo di bocce de Tagliacozzo, i nuovi mostri del Circeo, sottogruppi armati di frange estremiste, ambulanti con le rose, emo rinnegati, marinai in esilio, va bene tutto, purchè all’ingresso il tuo nome sia sulla lista di qualcuno. E’ chiaro che questa super forza attrattiva lascia tanti mulini a secco. Non tutti hanno alla mercé una schiera di decine di scagnozzi/e carismatici e scosciate per attirare mosche.

So che ormai il sentimento più trendy è la nostalgia e che anche io sembro rimpiangere tempi migliori ormai andati, ma è assolutamente il contrario. Se prima le informazioni era limitate e forzatamente ristrette al passaparola, che costringeva anche talvolta al dover fare sempre le stesse cose per assenza di una rete di informazione facilmente accessibile, oggi con un click puoi sapere cosa organizza ogni persona all’interno della propria abitazione e dunque c’è la possibilità di scegliere e variare, dando opportunità e maggior respiro alle esperienze individuali ed alle idee ed alle capacità di altri. Fa rabbia perché vedi tanta gente brava stare a casa, suonare davanti a 10 persone, non esser pagati, togliere possibilità e risorse a progetti innovativi, privarsi di confronti contenutisticamente interessanti, banalizzare una cultura lanciando gocce di talento in un mare di disinteresse.

Nell’era della cura del corpo e dell’alimentazione, bisognerebbe scegliere con più attenzione il cibo che offriamo alla nostra mente, capire che ogni esperienza è un passo verso quello che sarai un domani, la questione è cosa tu vuoi essere un domani.

di Vincenzo

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Alla ricerca di un senso qualunque da dare ai programmi di DMAX.

L’unico merito recente che davo alla tv italiana era quello di averci finalmente liberati da Paolo-facciadicazzo-Ruffini, Enrico Papi e Luca&Paolo, che anche se insieme non fanno il male di una sola Barbara D’Urso, hanno sempre stimolato in me, anche al solo sentir la loro voce, impulsi stragisti. Fortunatamente, la liberalizzazione dei canali televisivi, che ha reso lo zapping un impegno senza limiti e scadenze, offre la possibilità di spaziare tra programmi di ogni genere e di ignota proprietà intellettuale. Premetto che il mio è un uso prettamente notturno della tv, decisamente legato alle basse esigenze contenutistiche relative allo stato psico-fisico con cui cerco di raggiungere un equilibrio ipnotico pre-dormita. Fino a qualche tempo fa, elaborata la scomparsa dalle reti nazionali dello chef Tony con le sue mirabolanti dimostrazioni dei set di coltelli “Miracle Blade 3- La serie perfetta” ( quelli con la punta Acugrip), ciò che accompagnava perfettamente il mio contorto processo soporifero erano i programmi di Class CNBC, canale 27. In particolare “Caught on Camera” e “Lock Up”. Mentre il primo offriva una raccolta di palpitanti momenti reali ripresi da telecamere di fortuna, il secondo offriva una panoramica dettagliata sulle prigioni americane ed i prigionieri più pericolosi in esse contenuti. Ciò che mi prendeva di entrambi i format era il fatto che praticamente raccontavano storie vere, quantomeno verosimilmente provate. Il tizio che scampa alla morte per pochi secondi, la rapina finita male, la storia delle gang di San Quintino, gli occhi di un ergastolano, non sono altro che storie, racconti, una sostituzione, più cinica e reale, delle fiabe che si raccontano ai bambini. Certo io poi sognavo i mostri, le sbarre, incidenti assurdi, imprevedibili disgrazie, ma mi trovavo comodo comunque. Ora non ci sono più. Alla stessa ora sul canale 27 ci sono tipo aste di quadri orribili o dibattiti politici tra sconosciuti. Nessuna valida alternativa, nemmeno un Philippe Daverio di qualunque annata da contemplare all’infinito. Ed è cosi, in questo pellegrinare notturno, che ho scoperto DMAX. Sono stato colpito inizialmente dai carinissimi quanto brevi promo con il logo del canale che antecedono trailer o l’inizio dei programmi, davvero ben fatti.

Non posso, chiaramente, avere un giudizio completo su tutti i programmi del canale di fondazione tedesca, ma per quelli che ho avuto modo di guardare credo si tratti di un esempio perfetto di come impacchettare nel miglior modo possibile i peggiori contenuti possibili.

Mille modi per morire

Immagina un almanacco di stronzate. Si narrano, con un cinismo micidiale, le vicende di povera gente morta in modo paradossale. La veridicità delle storie è tutta da dimostrare, anche se tutto lascia propendere verso il falso d’autore (pessimo). Se le storie fossero vere, farebbe ribrezzo il modo in cui vengono raccontate, senza alcuna forma di sensibilità, con tanto di offese alla vittima (che per quanto possa esser stupida è pur sempre vittima), la pessima resa splatter, la totale assenza di contatto con il reale e soprattutto quell’intollerabile tipologia di voce narrante da attempato bimbominchia mai cresciuto. Se le storie fossero false, vorrei capire che senso ha raccontare vicende inventate di gente morta. Avevo un compagno alle medie che lo faceva, oggi è un uomo solo, colleziona insetti, morti. E’ da malati una roba cosi. Immagina l’autore, la sera davanti al suo macbook, con un bicchiere di vino, costretto ad immaginare come le persone potrebbero morire da coglioni. Che roba è? In alcuni episodi è anche percepibile la pigrizia intellettuale che, alla lunga, gli autori devono aver iniziato a patire. Ecco alcuni esempi :

  • # 606 : Un uomo che vuole vivere come un pesce si costruisce una tuta da pesce con dei materassi ad acqua e tenta di usarla. Il vestito lo costringe così tanto da non riuscire a entrare in acqua abbastanza in fretta e muore per un colpo di calore.
  • # 316 : Un uomo si addormenta mentre sta fumando e si dà fuoco. Viene salvato, portato in ospedale, coperto di bende dalla testa ai piedi e messo in rianimazione per curare le ustioni di terzo grado. Dopo tre settimane senza sigarette, corrompe un’infermiera per lasciarlo uscire per pochi minuti. Prende una sigaretta e l’accende, ma la cenere incendia le bende che lo coprono. Mentre cerca di spegnere le fiamme, la sua carrozzella corre giù dalla rampa e si schianta contro una bombola di ossigeno liquido, che esplode e uccide l’uomo.
  • # 256 : Una donna decide di entrare in una setta e, per farlo, deve entrare in un lago in cui si trova un coccodrillo che la uccide.

DynamoMagie impossibili

Posto che io sostengo da sempre l’assoluta inutilità di numeri di magia realizzati in tv, dove tra cambi di camera, tagli e post-produzione potrebbero anche riuscire a farmi vedere un uomo che caga un altro uomo, questo programma è sbugerato dalle pessime performance delle presunte comparse, con le loro espressioni lobotomizzate ed innaturali e con la magica capacità della regia di focalizzarsi su orizzonti lontani nei momenti culmine dei trucchi. I giochi di illusionismo si basano sullo stupore di una percezione falsata della realtà, della linearità del regolare, il disorientare i parametri percettivi e non capirne la causa, per poter dire “Ma come ha fatto?”. Una latenza temporale del genere però lascia spazio a milioni di spiegazioni possibili.Alla fine di ogni numero senti addosso la stessa sensazione rabbiosa di chi viene truffato alle stazioni di servizio, lestofanti.

TurtleMan

In pratica vive, in qualche angolo scordato dal tempo, questo essere umano dall’aspetto ripugnante che vive cacciando, esclusivamente a mani nude, gli animali più strani e disgustosi del globo. Pare si faccia chiamare “Turtleman“, non ha praticamente tutti i denti davanti, vive in una specie di palafitta lercia e priva di qualunque condizione che permetta la sopravvivenza di persone normali, si lava in botti di acqua piovana, vive di espedienti e passioni deviate (come imbalsamare da solo animali morti) e per questo è un mito. Passa le sue giornate a recuperare animali assurdi che infestano luoghi che normalmente dovrebbero essere quantomeno civilizzati. In effetti la cosa più assurda è proprio il tipo di mondo che circonda questo tizio, una specie di realtà parallela popolata da donne scapigliate e bifolchi dalla pelle smodatamente unta. Inoltre le case di questi abitanti sono quotidianamente invasi da animali come coccodrilli, caimani, tartarughe azzannatrici giganti, crotali, mustelidi selvatici, procioni, ratti abnormi, cinghiali, babirussa ed ogni specie di serpente velenoso. Ma dove vive sta gente? Come fanno a dormire la notte? E ci sono poi gag in cui lui arriva in queste fattorie disperse nel nulla e viene accolto da una scapigliata donna visibilmente estasiata che sorridendo gli fa : “Hey Turtleman, meno male sei arrivato, ho la casa piena di Mamba Neri, una cosa davvero scocciante, potresti aiutarmi?” e lui : “Ma certo, ci vorrà un attimo“. Cosi si denuda, anche in assenza di laghetti artificiali o comprensibili ragioni, e con l’essenziale supporto dello scagnozzo di compagnia mette in un sacco, a mani nude e senza denti, tutti i 36 serpenti (che durante la ricerca si erano poi rivelati pitoni birmani di 6 metri ognuno). Ovviamente nemmeno qui si vede nulla di preciso, se non lui che corre qua e la per poi trovarsi di colpo l’animale al cappio. Per finire, dopo grandi festeggiamenti e celebrazioni osannanti l’immenso Turtleman, i due wild-hunter tornano nelle loro bicocche di legno marcio, senza alcuna retribuzione e pronti a passare un’altra notte senza elettricità, al fianco di una donna anch’essa sdentata e dall’acconciatura inquietante.

Banco dei pugni

In una collerica Detroit esiste questo megagalattico banco dei pegni, gestito da una famiglia dall’evidente appeal malavitoso, che , invece di mercanteggiare e fare affari, è impegnata ogni giorno a fare a botte con i clienti. Su per giù funziona sempre cosi : entrano clienti già inspiegabilmente incazzati che si piombano direttamente agli sportelli iniziando immediatamente ad inveire, senza alcuna apparente ragione, contro i cassieri. Allora arrivano i buttafuori che con il solo potere della mente sbattono fuori i signori indesiderati, costretti ad andar via tra bestemmie e minacce di ogni tipo. Tutti cosi. E di solito è sempre gente di colore. I clienti bianchi che creano problemi sono quelli che al massimo tentano truffe da quattro soldi, ovviamente non riuscite. Ora che ci penso questa trasmissione puzza anche un po’ di subliminale discriminazione razziale. Ne fuoriesce un profilo di clienti con disturbi bipolari e con personalità borderline che un po’ mi fa scongiurare l’ipotesi di visitare Detroit. Oppure gli sketch alternativi riguardano questi fessi ( bianchi) che decidono di vendere beni veramente di valore, cosi si assiste a scene del tipo : ” Salve, io avrei questa Bentley S3 Continental del 1965, vorrei venderla e vorrei 30.000 $”. Allora il boss ( che ha la faccia a metà tra un calvo “Lucky” Luciano e un lampadato Alberto Castagna) con aria da duro esclama : ” Ok, allora ti do 3.000 $”. Ed il fesso : ” Va benissimo, affare fatto!”. Ma che trattativa è? Dove esistono interscambi del genere? Questi clienti saranno in realtà psicopatici fuggiti da centri psichici e che per una vita hanno giocato a Monopoli, ma anche a Monopoli se non hai un minimo senso degli affari dopo poco sei fuori. Tra menare i neri e lo sciacallaggio su idioti bianchi, io davvero non capisco il senso di tutto questo.

Cacciatori di fantasmi

Qui davvero non c’è bisogno di dire molto, il titolo fa già capire di cosa si tratta e di cosa sicuramente non si tratterà, di paranormale.

Addio Dmax.

Che questo Natale dunque ci riporti lo chef Tony, che si tenga Papi e Ruffini ed io, speriamo che mi addormento.

di Vincenzo Miele

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Intervista a Ruggero de I Timidi – Tra timidezza e struggente voglia d’amare.

ruggero de i timidi

Quest’estate tornando dalle vacanze, rientrando a casa ho trovato mia madre ( donna sulla cinquantina normalmente timida e composta) insieme ad altri membri della famiglia, in un quadretto che definirei quantomeno inusuale, ballare una canzonella mai sentita, con tanto di passi ed un testo che parlava del succo di banana. Dopo essermi rassicurato sulle condizioni psichiche dei miei cari, mi dicono : “E’ una canzone di Ruggero de I Timidi, è un grande, devi sentirlo”. Onestamente non lo feci mai, un po’ per dimenticanza, un po’ perché ho pensato subito che si trattasse dell’ennesimo cazzone-from-youtube con il classico doppio senso sulla banana e che i miei si fossero del tutto rincoglioniti. Fin quando l’altra sera guardando lo show “Tu si que vales”, tra cose bene o male già viste, spunta questo tizio. La prima e curiosa sensazione è stata un’immediata familiarità, come rivedere un amico dopo anni. La cosa mi incuriosì subito, tanto da interrompere di colpo i miei tentativi di acquisto online di una scimmia scoiattolo. La seconda grossa sorpresa è stata scoprire che si trattava di quel Ruggero de I Timidi che avevo rifiutato di ascoltare. Il tizio era davvero timido, aveva una parrucca stile Paolo Villaggio in “Le Comiche” ed una giaccia color glicine scuro elegantemente retrò, ma uno sguardo avveduto e sveglio teneva alta la mia curiosità. Cantava “Notte Romantica”, fu amore. Ci sono alcune persone che hanno una specie di aurea astratta, quelli che, anche in una sala tra mille persone, spiccano per quella specie di magnetismo che li rende immediatamente centrali ed estremamente comunicativi anche se immobili e muti. Riconoscevo in lui quest’aurea, per me il talento era evidente. E questo tipo di talento non può essere spiegato, va riconosciuto e recepito in toto, è una sorta di sintonia naturale. Quelli come Ruggero de I Timidi o si amano o si odiano. Personalmente sono sempre stato un amante del genere, anche se non saprei dare una corretta definizione del genere in questione. Diciamo allora che ho sempre apprezzato quei progetti artistici dove la realtà viene raccontata con una prospettiva spiazzante, rompendo gli schemi dei soliti linguaggi monotematici e amore-centrici ed usando il sarcasmo come strumento primo per cogliere lo storto, l’assurdo, il vano dell’esistenza, toccando solo raramente il cuore di qualcuno ed incoraggiando con l’autoironia i sentimenti per una vita taciuti. Di solito è definito “demenziale” o ancora peggio “trash” ma è un tag assolutamente inappropriato, soprattutto quando rappresenta il tentativo di ridimensionare in modo sbrigativo il talento di chi si presenta diversamente creativo o è ad un livello contenutistico di più complessa interpretazione da non esser preso in considerazione. Abbiamo cosi deciso di fargli qualche domanda per conoscere più da vicino un personaggio che pare provenire da un’altra epoca, o meglio pare aver messo insieme ciò che di altre epoche noi avevamo messo da parte ed è forse per questo che risulta tanto familiare e sa scegliere bene le tematiche che pungono la nostra bigotta moralità.

– Come nasce Ruggero de i Timidi?

Ho sempre avuto la passione della musica, dopo i primi anni passati in sala prove con il gruppo de I Timidi (ci siamo sciolti attorno agli anni 90) ho deciso di lanciarmi in questo progetto solista che porta il loro nome in onore ai tanti pezzi scritti assieme e mai portati in scena. Forse i tempi non erano ancora maturi. Con la scoperta dello Youtube mi hanno detto “ma perchè non fai un video” l’ho fatto lo scorso anno ed eccomi qua.

– Esteticamente il tuo personaggio trasmette una familiarità quasi immediata, molto comunicativa nonostante l’ammessa “timidezza”, com’è nata la scelta estetica e stilistica di Ruggero?

La timidezza è un fattore importante certamente, ma soprattutto l’educazione, valore che ormai si è perso nel tempo. La mia è un’estetica da “soffitta”: ci sono cose dimenticate, messe via, accantonate come vecchie che però meritano ancora di stare sotto i riflettori: sia dal punto di vista musicale che di abbigliamento. La maggior parte dei miei completini vengono da quella miniera d’oro chiamata mercatino dell’usato.

– Trattare un certo tipo di tematiche costringe nel nostro Paese ad esser etichettati come “demenziali” o “trash”, com’è che bisogna sempre passar da matti per dire la verità?

Non lo so. In questo paese vige ancora l’estetica del doppio senso. Se sei diretto ti guardano tutti storto. Tra l’altro approfitto per dirti che l’etichetta “trash” la rigetto. Chi è veramente trash non è consapevole di esserlo, per cui non è il mio caso. Se per demenziale ci riferiamo invece a tutto quel mondo creato da Roberto Freak Antoni allora ti dico grazie per il complimento.

– Quali personaggi musicali e non hanno influito nella tua formazione?

Sono tanti, ma su tutti Santo California, i Romans e Christian. Senza dimenticare il mio maestro Massimo Ranieri, capace di coniugare eleganza, voce e recitazione. Ma anche Dean Martin, Domenico Modugno, Frank Sinatra. E poi certe cose dei New Trolls. Ma anche tutti il Festival di Sanremo degli anni 80. Se me ne vengono altri ti chiamo e ti aggiorno.

-Come scegli le tematiche delle tue canzoni? esigenza di dire la propria su argomenti “scottanti” per la società o narrazione di esperienze personali da condividere?

Sono le tematiche che scelgono me. Le esperienze sono sia personali che di altre persone. Sono comunque un interprete della realtà che mi circonda, non il biografo musicale di me stesso.

– Come hai vissuto l’esperienza “Tu si que vales”?

Positivamente. Ho potuto portare la mia musica ad un pubblico più vasto senza stravolgerla e rimanendo fedele a me stesso. Mi hanno censurato giusto qualche frase ma è capitato anche a Lucio Dalla nella canzone 4 marzo 1943, per cui sono in ottima compagnia.

Hai temuto di non esser correttamente compreso?

Quello succederà sempre. L’importante è che ci sia sempre più gente che comprenda.

Qual è, e perché, il pezzo di cui ti senti più fiero?

Il prossimo. Anzi no: è impossibile sceglierne uno perchè le canzoni sono come figli, non puoi scegliere a quale vuoi più bene. Per cui dico: tutti. Ma se devo sceglierne uno solo allora ti dico “Voglia d’amare” per l’orecchiabilità e “Perdere l’amore” per il testo. “Notte romantica” per il video invece. Comunque quello a cui sono più affezionato è “Timidamente io“. Insomma scrivi tutti.

– Quali sono i progetti futuri di Ruggero?

Un grande concerto natalizio il 22 e 23 dicembre al teatro Elfo Puccini di Milano che conclude il Notte Romantica Tour 2013-2014. Saranno le ultime notti romantiche. Ci sarà una band, delle coriste, dei violini, dei lirici e altri ospiti. Non vedo l’ora. Poi un libro e un film. E un nuovo tour con la band questa volta, non più da solo.

Ecco infine l’ultimo videoclip “Voglia d’amare“, uscito qualche giorno fa :

di Vincenzo Miele

con la gentile collaborazione di Elisa Russo – In Orbita

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Che faccia hai dopo uno shot di vodka? Noi abbiamo reagito cosi!

cover


“Di fatto, l’alcool ti fa sentire come dovresti sentirti senza alcool.”

Una delle cose più belle che può capitarti, in questi individualistici tempi moderni, è trovare persone a te affini con cui condividere un progetto e rincorrere idee. Nella gioia e nel dolore, nella serietà e nella follia.

Ci aveva fatto sorridere l’esperimento del fotografo inglese Tim Charles che, con il foto-progetto “Shot Face” ha immortalato l’espressione di alcuni ragazzi dopo aver buttato giù un cicchetto di tequila. Così qualche sera fa, mentre eravamo impegnati nella realizzazione di alcuni lavori, ci siamo ritrovati tra le mani una bottiglia di vodka ed abbiamo pensato di riproporre l’esperimento su di noi. Visto il risultato e le facce, non so quanto sia stata una buona idea e quanto possa giovare alla già malconcia reputazione di ognuno di noi, ma è stata un’esperienza divertente ed in effetti un esperimento morfologicamente interessante che vogliamo condividere con voi!

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Foto by Giulia Benassai

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Alla ricerca di un senso qualunque da dare ai programmi di DMAX.

L’unico merito recente che davo alla tv italiana era quello di averci finalmente liberati da Paolo-facciadicazzo-Ruffini, Enrico Papi e Luca&Paolo, che anche se insieme non fanno il male di una sola Barbara D’Urso, hanno sempre stimolato in me, anche al solo sentir la loro voce, impulsi stragisti. Fortunatamente, la liberalizzazione dei canali televisivi, che ha reso lo zapping un impegno senza limiti e scadenze, offre la possibilità di spaziare tra programmi di ogni genere e di ignota proprietà intellettuale. Premetto che il mio è un uso prettamente notturno della tv, decisamente legato alle basse esigenze contenutistiche relative allo stato psico-fisico con cui cerco di raggiungere un equilibrio ipnotico pre-dormita. Fino a qualche tempo fa, elaborata la scomparsa dalle reti nazionali dello chef Tony con le sue mirabolanti dimostrazioni dei set di coltelli “Miracle Blade 3- La serie perfetta” ( quelli con la punta Acugrip), ciò che accompagnava perfettamente il mio contorto processo soporifero erano i programmi di Class CNBC, canale 27. In particolare “Caught on Camera” e “Lock Up”. Mentre il primo offriva una raccolta di palpitanti momenti reali ripresi da telecamere di fortuna, il secondo offriva una panoramica dettagliata sulle prigioni americane ed i prigionieri più pericolosi in esse contenuti. Ciò che mi prendeva di entrambi i format era il fatto che praticamente raccontavano storie vere, quantomeno verosimilmente provate. Il tizio che scampa alla morte per pochi secondi, la rapina finita male, la storia delle gang di San Quintino, gli occhi di un ergastolano, non sono altro che storie, racconti, una sostituzione, più cinica e reale, delle fiabe che si raccontano ai bambini. Certo io poi sognavo i mostri, le sbarre, incidenti assurdi, imprevedibili disgrazie, ma mi trovavo comodo comunque. Ora non ci sono più. Alla stessa ora sul canale 27 ci sono tipo aste di quadri orribili o dibattiti politici tra sconosciuti. Nessuna valida alternativa, nemmeno un Philippe Daverio di qualunque annata da contemplare all’infinito. Ed è cosi, in questo pellegrinare notturno, che ho scoperto DMAX. Sono stato colpito inizialmente dai carinissimi quanto brevi promo con il logo del canale che antecedono trailer o l’inizio dei programmi, davvero ben fatti.

Non posso, chiaramente, avere un giudizio completo su tutti i programmi del canale di fondazione tedesca, ma per quelli che ho avuto modo di guardare credo si tratti di un esempio perfetto di come impacchettare nel miglior modo possibile i peggiori contenuti possibili.

Mille modi per morire

Immagina un almanacco di stronzate. Si narrano, con un cinismo micidiale, le vicende di povera gente morta in modo paradossale. La veridicità delle storie è tutta da dimostrare, anche se tutto lascia propendere verso il falso d’autore (pessimo). Se le storie fossero vere, farebbe ribrezzo il modo in cui vengono raccontate, senza alcuna forma di sensibilità, con tanto di offese alla vittima (che per quanto possa esser stupida è pur sempre vittima), la pessima resa splatter, la totale assenza di contatto con il reale e soprattutto quell’intollerabile tipologia di voce narrante da attempato bimbominchia mai cresciuto. Se le storie fossero false, vorrei capire che senso ha raccontare vicende inventate di gente morta. Avevo un compagno alle medie che lo faceva, oggi è un uomo solo, colleziona insetti, morti. E’ da malati una roba cosi. Immagina l’autore, la sera davanti al suo macbook, con un bicchiere di vino, costretto ad immaginare come le persone potrebbero morire da coglioni. Che roba è? In alcuni episodi è anche percepibile la pigrizia intellettuale che, alla lunga, gli autori devono aver iniziato a patire. Ecco alcuni esempi :

  • # 606 : Un uomo che vuole vivere come un pesce si costruisce una tuta da pesce con dei materassi ad acqua e tenta di usarla. Il vestito lo costringe così tanto da non riuscire a entrare in acqua abbastanza in fretta e muore per un colpo di calore.
  • # 316 : Un uomo si addormenta mentre sta fumando e si dà fuoco. Viene salvato, portato in ospedale, coperto di bende dalla testa ai piedi e messo in rianimazione per curare le ustioni di terzo grado. Dopo tre settimane senza sigarette, corrompe un’infermiera per lasciarlo uscire per pochi minuti. Prende una sigaretta e l’accende, ma la cenere incendia le bende che lo coprono. Mentre cerca di spegnere le fiamme, la sua carrozzella corre giù dalla rampa e si schianta contro una bombola di ossigeno liquido, che esplode e uccide l’uomo.
  • # 256 : Una donna decide di entrare in una setta e, per farlo, deve entrare in un lago in cui si trova un coccodrillo che la uccide.

DynamoMagie impossibili

Posto che io sostengo da sempre l’assoluta inutilità di numeri di magia realizzati in tv, dove tra cambi di camera, tagli e post-produzione potrebbero anche riuscire a farmi vedere un uomo che caga un altro uomo, questo programma è sbugerato dalle pessime performance delle presunte comparse, con le loro espressioni lobotomizzate ed innaturali e con la magica capacità della regia di focalizzarsi su orizzonti lontani nei momenti culmine dei trucchi. I giochi di illusionismo si basano sullo stupore di una percezione falsata della realtà, della linearità del regolare, il disorientare i parametri percettivi e non capirne la causa, per poter dire “Ma come ha fatto?”. Una latenza temporale del genere però lascia spazio a milioni di spiegazioni possibili.Alla fine di ogni numero senti addosso la stessa sensazione rabbiosa di chi viene truffato alle stazioni di servizio, lestofanti.

TurtleMan

In pratica vive, in qualche angolo scordato dal tempo, questo essere umano dall’aspetto ripugnante che vive cacciando, esclusivamente a mani nude, gli animali più strani e disgustosi del globo. Pare si faccia chiamare “Turtleman“, non ha praticamente tutti i denti davanti, vive in una specie di palafitta lercia e priva di qualunque condizione che permetta la sopravvivenza di persone normali, si lava in botti di acqua piovana, vive di espedienti e passioni deviate (come imbalsamare da solo animali morti) e per questo è un mito. Passa le sue giornate a recuperare animali assurdi che infestano luoghi che normalmente dovrebbero essere quantomeno civilizzati. In effetti la cosa più assurda è proprio il tipo di mondo che circonda questo tizio, una specie di realtà parallela popolata da donne scapigliate e bifolchi dalla pelle smodatamente unta. Inoltre le case di questi abitanti sono quotidianamente invasi da animali come coccodrilli, caimani, tartarughe azzannatrici giganti, crotali, mustelidi selvatici, procioni, ratti abnormi, cinghiali, babirussa ed ogni specie di serpente velenoso. Ma dove vive sta gente? Come fanno a dormire la notte? E ci sono poi gag in cui lui arriva in queste fattorie disperse nel nulla e viene accolto da una scapigliata donna visibilmente estasiata che sorridendo gli fa : “Hey Turtleman, meno male sei arrivato, ho la casa piena di Mamba Neri, una cosa davvero scocciante, potresti aiutarmi?” e lui : “Ma certo, ci vorrà un attimo“. Cosi si denuda, anche in assenza di laghetti artificiali o comprensibili ragioni, e con l’essenziale supporto dello scagnozzo di compagnia mette in un sacco, a mani nude e senza denti, tutti i 36 serpenti (che durante la ricerca si erano poi rivelati pitoni birmani di 6 metri ognuno). Ovviamente nemmeno qui si vede nulla di preciso, se non lui che corre qua e la per poi trovarsi di colpo l’animale al cappio. Per finire, dopo grandi festeggiamenti e celebrazioni osannanti l’immenso Turtleman, i due wild-hunter tornano nelle loro bicocche di legno marcio, senza alcuna retribuzione e pronti a passare un’altra notte senza elettricità, al fianco di una donna anch’essa sdentata e dall’acconciatura inquietante.

Banco dei pugni

In una collerica Detroit esiste questo megagalattico banco dei pegni, gestito da una famiglia dall’evidente appeal malavitoso, che , invece di mercanteggiare e fare affari, è impegnata ogni giorno a fare a botte con i clienti. Su per giù funziona sempre cosi : entrano clienti già inspiegabilmente incazzati che si piombano direttamente agli sportelli iniziando immediatamente ad inveire, senza alcuna apparente ragione, contro i cassieri. Allora arrivano i buttafuori che con il solo potere della mente sbattono fuori i signori indesiderati, costretti ad andar via tra bestemmie e minacce di ogni tipo. Tutti cosi. E di solito è sempre gente di colore. I clienti bianchi che creano problemi sono quelli che al massimo tentano truffe da quattro soldi, ovviamente non riuscite. Ora che ci penso questa trasmissione puzza anche un po’ di subliminale discriminazione razziale. Ne fuoriesce un profilo di clienti con disturbi bipolari e con personalità borderline che un po’ mi fa scongiurare l’ipotesi di visitare Detroit. Oppure gli sketch alternativi riguardano questi fessi ( bianchi) che decidono di vendere beni veramente di valore, cosi si assiste a scene del tipo : ” Salve, io avrei questa Bentley S3 Continental del 1965, vorrei venderla e vorrei 30.000 $”. Allora il boss ( che ha la faccia a metà tra un calvo “Lucky” Luciano e un lampadato Alberto Castagna) con aria da duro esclama : ” Ok, allora ti do 3.000 $”. Ed il fesso : ” Va benissimo, affare fatto!”. Ma che trattativa è? Dove esistono interscambi del genere? Questi clienti saranno in realtà psicopatici fuggiti da centri psichici e che per una vita hanno giocato a Monopoli, ma anche a Monopoli se non hai un minimo senso degli affari dopo poco sei fuori. Tra menare i neri e lo sciacallaggio su idioti bianchi, io davvero non capisco il senso di tutto questo.

Cacciatori di fantasmi

Qui davvero non c’è bisogno di dire molto, il titolo fa già capire di cosa si tratta e di cosa sicuramente non si tratterà, di paranormale.

Addio Dmax.

Che questo Natale dunque ci riporti lo chef Tony, che si tenga Papi e Ruffini ed io, speriamo che mi addormento.

di Vincenzo Miele

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Il Clientelismo del sabato sera.

ààààà

Ricordo ancora l’emozione della mia prima perfomance live a Roma. Quando mi dissero che avrei suonato nella capitale passai l’intera notte a ripassare ed approfondire ogni minima parte di quello che sarebbe stato il mio primo set davanti ad un vasto pubblico di gente abituata ai grandi nomi. La gioia era dovuta anche all’assaporare il gusto di un riscatto personale che rincorrevo dentro da anni, poter finalmente dire addio a quelle mestissime peculiarità che contraddistinguono il suonare in ambienti di provincia. Impianti da karaoke improvvisati a festa, consolle di fortuna fatte di tavolini e componenti azzera-dislivelli, locandine create da maniaci daltonici maestri nel contenere il brutto assoluto in formati 70×33, l’ignoranza, l’autoritarismo del proprietario che abbassa il volume perché “so’ le 23.30 e si è fatta na certa”, la mortificazione dell’effetto juke-box o del chiederti di fare tanti auguri ad Armando, che proprio oggi compie 50 anni e che vanno festeggiati proprio nel momento in cui sei al culmine dei tuoi 10 minuti di performance, prima di lasciare spazio a “Dj The Situation” ed agli altri 36 dj’s che compongono un’infuocata line-up. Ma quello che proprio non riuscivo ad accettare era il solito meccanismo per cui se volevi essere uno di quei 36 fortunati, dovevi assicurare perlomeno un consumo di 10 birre chiare di bassissima qualità e non potevi nemmeno berle tutte tu, dovevi assicurare la corrispondenza tra il consumo di 10 birre chiare di bassissima qualità ed un numero di persone reali. Non era questo un problema. Per me il problema era che alla fine suonavo sempre davanti alle stesse persone, davanti a quei soliti amici che ormai odiavano ogni mio pezzo e che pur di evitare di esser invitati iniziarono a diventar astemi.

Sono sempre stato una persona leale ed accanito suppoter della meritocrazia, dunque a me andava bene ritrovarmi in quella pozzanghera artistica, è giusto che finchè sei una pippa tu ti ritrova a competere tra le pippe, è anche un modo per spingerti a migliorare, a crescere, a farti credere che, se un giorno diverrai uno bravo, potrai racchiudere tutte queste tristezze in quel grosso baule chiamato “gavetta”. Tutto falso, purtroppo. Ovunque io abbia suonato nella mia vita, anche in locali conosciuti a livello nazionale, mi è sempre stato chiesto di portare gente. Anche a Milano, quando magari io vivevo a Roma. A dimensioni variabili, dalla piccola locanda di paese al grande club da capitale, si perpetua, da tempo e nel tempo, quella sorta di meccanismo capitalistico per cui “chi produce gode, chi non produce va via”, ma il tipo di “produzione” che si pretende da un artista non ha nulla a che fare con l’arte proposta dallo stesso. Oltre ad una evidente mistificazione professionale con chi cura le pubbliche relazioni, questi vampiri di talento altrui sono colpevoli di aver sostituito l’obiettivo finale per cui l’artista investiva tutte le sue energie. Un conto è credere che verrai premiato se sei un professionista, un altro è credere che ciò avverrà se ti trasformerai un aggressivo accumulatore di claquer riempi-pista.Se parlassimo di strip-club sarebbe diverso, un bel culo è un bel culo a prescindere di come la tipa riesce a muoverlo, gli spettatori non necessitano di particolari competenze a riguardo e le loro lacune non incidono in alcun modo sullo sviluppo o l’inviluppo di nessun tipo di ideologia o movimento culturale. A Roma ad esempio avviene un fenomeno agghiacciante. Basta andare nel week-end fuori ad uno qualunque dei più rinomati club capitolini, trovare file enormi, liste, contro-liste, parole in codice, iniziare a chiedere chi sarà il main -guest della serata e ricevere, puntualmente, una serie di borbottii e sguardi vaghi ma mai la risposta giusta. Perché non la conoscono. Loro non sono lì perché suona tizio o caio, loro sono lì perché hanno amici che vanno lì. Ma anche dentro eh! Vedi gente sotto la consolle, presissima, con tanto di selfie in prospettiva con il Dj ma nessuna idea su chi stia suonando. Se ad un tratto qualcuno sostituisse la figura umana con un juke-box non se ne accorgerebbe nessuno. David Guetta docet. Questo meccanismo genera un taglio netto, doppiamente controproducente sia all’artista che al suo pubblico. Perché a pubblico incompetente corrisponde artista incompetente. Al centro ci sono le organizzazioni, che mettono insieme, a caso, pubblico ed artista quasi come fosse uno speed-date senza parametri dal solo fine remunerativo. Se il pubblico non viene canalizzato in base ai propri gusti ed alle relative esigenze culturali o d’intrattenimento, si attua semplicemente un tentativo di massificazione, che, eccetto per i cortei senza giusta causa, non è mai una cosa buona. Il mio non vuole essere un attacco a chi cura le pubbliche relazioni, è una professione a tutti gli effetti, anche impegnativa e necessaria, il mio è un misero tentativo di stimolare le persone ad ampliare i propri interessi, implementare le esperienze acculturanti che è possibile trovare anche quando si è convinti che l’unico modo per forzare la macchina e raggiungere apici emozionali sia quello di bere drink scadenti tra musica asettica. E’ come se mancasse la consapevolezza del fatto che quel tizio in piedi tra vinili,cavi e tasti sia realmente un artista. L’abominevole commercializzazione della figura del Dj e l’imborghesimento profondo della musica elettronica hanno poi creato un largo spaccato all’interno del suo stesso bacino d’utenza. Si passa dal vuoto pneumatico degli incompetenti, all’insopportabile estremismo ideologico dei competenti, rendendo il tutto ancora più confusionale. E in questa assenza di lucidità le organizzazioni di eventi e la loro scia di p.r. manovrano la mercificazione di presunti valori ideali e relazioni sociali. C’è davvero bisogno di qualcuno che debba dirti dove andare e come divertirti?Quando vai al ristorante sei in grado di scegliere tra carne e pesce, perché sai cos’è la carne e sai cos’è il pesce e per lo stesso principio si dovrebbe esser in grado di sapere cosa ci diverte ma soprattutto perché. Invece noi siamo legati a questa pigrizia intellettuale all’italiana, per cui non ci interessa impegnarci in alcuna forma di ricerca o arricchimento personale, preferiamo adagiarci sul comodo guanciale del passaparola. Un po’ come succede per la politica no? Io non voto quel politico per le sue idee ma per tutta una serie di ragioni che rendono quel politico a me più congeniale. Dunque non vince il politico per le sue idee ma vince quello che, con mezzi terzi, riesce a farsi strada. Stessa ed identica cosa, in piccole proporzioni chiaramente, nel mercato del clubbing. Questa forma di clientelismo, il fine puramente commerciale per cui si organizzano cose e fatti, la spaventosa attitudine a vendere il proprio tempo libero in cambio del più eccitante tipo di alienazione, ha reso tutti noi mercanti di emozioni spicciole che durano al massimo il tempo di un week-end. Con ogni mezzo possibile, grazie anche alla scoperta e all’abuso di varie forme di web-marketing (che nessuno sa cos’è ma tutti sanno che ormai ci vuole), l’obiettivo unico è mettere insieme persone, non conta se è tua nonna con la badante e i suoi parenti, i tesserati del circolo di bocce de Tagliacozzo, i nuovi mostri del Circeo, sottogruppi armati di frange estremiste, ambulanti con le rose, emo rinnegati, marinai in esilio, va bene tutto, purchè all’ingresso il tuo nome sia sulla lista di qualcuno. E’ chiaro che questa super forza attrattiva lascia tanti mulini a secco. Non tutti hanno alla mercé una schiera di decine di scagnozzi/e carismatici e scosciate per attirare mosche.

So che ormai il sentimento più trendy è la nostalgia e che anche io sembro rimpiangere tempi migliori ormai andati, ma è assolutamente il contrario. Se prima le informazioni era limitate e forzatamente ristrette al passaparola, che costringeva anche talvolta al dover fare sempre le stesse cose per assenza di una rete di informazione facilmente accessibile, oggi con un click puoi sapere cosa organizza ogni persona all’interno della propria abitazione e dunque c’è la possibilità di scegliere e variare, dando opportunità e maggior respiro alle esperienze individuali ed alle idee ed alle capacità di altri. Fa rabbia perché vedi tanta gente brava stare a casa, suonare davanti a 10 persone, non esser pagati, togliere possibilità e risorse a progetti innovativi, privarsi di confronti contenutisticamente interessanti, banalizzare una cultura lanciando gocce di talento in un mare di disinteresse.

Nell’era della cura del corpo e dell’alimentazione, bisognerebbe scegliere con più attenzione il cibo che offriamo alla nostra mente, capire che ogni esperienza è un passo verso quello che sarai un domani, la questione è cosa tu vuoi essere un domani.

di Vincenzo Miele

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La sequenza di Fibonacci in queste incredibili sculture di John Edmark !

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John Edmark è un designer/inventore/artista, oltre che insegnate alla Stanford University, ed ha progettato queste incredibile sculture 3D in grado di generare un effetto visivo unico sfruttando la sequenza di Fibonacci. Queste creazioni, composte da appendici poste con la medesima struttura naturale presente ad esempio nei girasoli o nelle pigne, ruotando su una piattaforma stroboscopica riescono a dare la sensazione di un movimento infinito, costantemente dinamico e sinuoso, un movimento che sarebbe possibile associare al concetto stesso di vita. La sequenza di Fibonacci d’altronde, è da sempre uno dei concetti scientifici più affascinanti e, forse, non ancora appurati appieno. In questo progetto ad esempio, se si conta il numero di spirali per ogni fermo immagine, si avrà sempre numeri relativi alla sequenza del matematico pisano.

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“Se solo Nina Simone fosse stato un uomo…”

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PARIGI – Non c’era posto per musica e poesia a Edmonton, la banlieue londinese in cui Benjamin Clementine è nato e cresciuto. L’unico consiglio che suo fratello maggiore riuscì a dargli, quando finalmente capì che il ragazzo era più interessato ai libri che al pub, fu: “Leggiti un dizionario”. E lui lo fece. “L’ho mandato a memoria ma non mi basta, ne sto scrivendo uno mio”, esordisce l’artista anglo-ghanese che da sei anni vive a Parigi, in fuga dalla propria timidezza, dalla fragilità, dall’incertezza, dall’indifferenza. E dal mare di guai in cui quella periferia l’avrebbe affogato, in rotta di collisione già dalle elementari, quando rubò una tastiera giocattolo a una compagna di classe pur di avere uno strumento che accompagnasse le sue rime precoci. A Parigi l’hanno scoperto, gli hanno proposto un contratto discografico, l’hanno riconosciuto come artista.

“Se solo Nina Simone fosse stato un uomo…”, ha mormorato Paul McCartney durante uno spettacolo televisivo inglese in cui erano ospiti entrambi. E ora? “Ora sono più insicuro di prima. Non riesco neanche ad abbordare una ragazza. Riesco solo ad alzarmi dal letto e cantare le mie canzoni», mormora il ragazzone alto quasi due metri, una nuvola di capelli afro, la sciarpa rossa dello chansonnier che avrebbe fatto colpo su Toulouse-Lautrec. A diciannove anni Benjamin, innamorato di William Blake e Erik Satie, lascia Londra e vola a Parigi. Non ha altra casa che la strada, altra risorsa che la chitarra. Clochard, alloggi improvvisati, ostelli, e per palcoscenico angoli di strada; poi l’upgrade alla Linea Due del Metrò, un sollievo suonare al caldo per un pubblico che sembra apprezzarlo. Le sue esibizioni, disturbate dal sibilo delle porte automatiche, finiscono su YouTube. Il passo successivo sono i club, dove dà sfoggio di una esuberante libertà espressiva esibendosi con un’energia che a molti ricorda Screamin’ Jay Hawkins. Da noi approda la prima volta come supporter del tour di Stromae, l’artista belga che come tutti ha una sola parola per definire il potere del giovane performer: “choc!”.

Cosa le ha dato la forza di uscire dal guscio?
“Il fatto che per la prima volta raccontavo i fatti miei e qualcuno stava ad ascoltarmi. Mi hanno incoraggiato, sorriso, dimostrato amicizia – sentimenti che non avevo mai conosciuto. Li ripago offrendo la poesia che attingo dal profondo di me stesso”.

L’origine di tanta insicurezza?
“Sono cresciuto da solo; mamma e papà in guerra costante poi divorziati, fratelli e sorelle troppo grandi per curarsi di me, in casa una parvenza di cattolicesimo che si fermava all’apparenza. Un bambino negletto, poi un adolescente solitario affidato alle cure della nonna, il mio idolo, la mia roccia, il porto sicuro – ci crederebbe? era più alta di me. Quando morì, avevo dodici anni, sprofondai nella depressione, diventai introverso, entrai in una sorta di tunnel da cui sono uscito solo a ventitré anni, dopo la fuga a Parigi; un isolamento volontario che ha pregiudicato i rapporti con la famiglia, gli amici, le donne. La musica è stato il mezzo che ha portato in superficie quel mondo sommerso di cui non riuscivo a rendere partecipe gli altri. Conoscevo i Beatles e i Rolling Stones e Jimi Hendrix, ma avevo bisogno di scoprire altro che mi somigliasse di più: Satie, Puccini, Giuseppe Di Stefano, Maria Callas, Pavarotti, Nina Simone, Antony Hegarty, infine i cantautori francesi, Aznavour, Brel, Ferré. Ma non sarei andato da nessuna parte senza il conforto di scrittori e poeti che ho cominciato a “frequentare” a tredici anni: William Blake, Carol Ann Duffy, C.S. Lewis. Letture che ho riposto da qualche parte dentro di me e che ogni tanto rispolvero; da adulto le comprendo meglio”.

Quando ha avuto la certezza che poteva scrivere e cantare le sue canzoni?
“Mai. Non so neanche come ci riesco, tutto accade in momenti speciali, illuminazioni notturne quando qualsiasi cosa – la finestra che incornicia la casa di fronte, un litigio con la mia ragazza, una frase ascoltata per strada – si traduce in poesia. Può durare un istante, un quarto d’ora o fino all’alba”.

Perché fuggì da Londra?
“Perché a nessuno importava di me, dunque in quel momento un posto valeva l’altro, comprai il biglietto di sola andata che costava meno. Inizialmente avevo optato per la Spagna”.

Parigi l’ha ispirata, a quanto pare…
“Qui ho trovato qualcuno che mi apprezzava, che metteva un euro nel cappello (qualcuno, rapito da quelle esibizioni improvvisate, anche cinquanta, assicura un suo amico), che mi dava una pacca sulla spalla e mormorava bonne chance. Era tutto ciò di cui avevo bisogno per andare avanti. Il passaparola è stato formidabile nel metrò, non posso negare che quei video fatti col telefonino e postati su youTube mi hanno aiutato. I miei amici erano drogati, barboni, alcolisti, ma anche poliziotti che a volte restavano in carrozza fino al capolinea per ascoltarmi. Nessuno mi ha mai mancato di rispetto. Oggi mi chiedono come mi sento a cantare davanti a una vera audience. Per me è un nonsenso, perché anche i passeggeri del metrò erano veri. Mi sento come sempre: nudo, allo scoperto, vulnerabile – per questo preferisco esibirmi scalzo, fosse per me uscirei anche senza vestiti. Avverto sempre il pubblico, non sono un cantante, sono un espressionista, come Nina Simone. Non m’interessa la hit parade, non indosso Versace per sembrare più figo. Sono come Nick Drake, il cantautore inglese che da vivo tenevano ai margini e oggi è un culto transgenerazionale. Quando muoio voglio che la gente dica, se n’è andato Benjamin, le sue parole mi hanno toccato”.

Era a Parigi il giorno della strage a Charlie Hebdo?
“Partito la mattina per Londra, tornato la sera in una città in lacrime. Cos’altro dire se non porgere le condoglianze ai familiari? Qui, amico mio, la parole chiave è respect. Nessuno ha il diritto di mancare di rispetto, nessuno ha il diritto di uccidere. Solo Dio può punire chi agisce contro di lui. Personalmente non so se esista un dio, so per certo che in questi anni di solitudine non ha condiviso con me il peso della sofferenza”.

Cosa farà? Continuerà a vivere a Parigi o tornerà vincitore a Londra?
“Il mio sogno è di rifugiarmi a Palaia, in provincia di Pisa, dove vive un mio caro amico, dipingere le mie poesie su tela e completare il mio dizionario”.

Poesie su tela? Dunque se i francesi l’hanno paragonata a Basquiat non è solo per l’aspetto fisico.
“Sì parole dipinte come nature morte. Bisogna che qualcuno incominci a fare qualcosa per salvare la lingua; è tempo di riscoprire quelle meravigliose parole cadute in disuso che tuttavia riescono perfettamente a descrivere la nostra umanità, a raccontare la nostra storia. Di questo passo, tra mail e sms, finiremo con usare non più di cento parole. L’idea è di proporle in una mostra, le tele intendo”.

A quando il primo libro di poesie che tanto ha sognato?
“Presto, spero. Non appena avrò superato il mio complesso d’inferiorità”.

Di Giuseppe Videtti

Da : La Repubblica

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Primo Maggio fa rima con coraggio!

1 maggio

Ritorna oggi, puntuale e desiderato come un malanno di stagione, il concertone del 1 Maggio. Uno degli eventi popular più attesi e conosciuti sul nostro territorio, uno di quei fenomeni che raccolgono migliaia e migliaia di persone nonostante poi tutti sostengano di aver fatto altro e lo condannino con sdegno, un po’ come la questione di chi vota il Berlusca. Di fatto l’annuale concerto di Piazza San Giovanni rappresenta un po’ il punto della situazione sulla scena musicale italiana ed è anche uno dei pochi eventi musicali di grande portata con organizzazione made in Italy, ma ogni anno pare sempre di ritrovarsi di fronte a questa specie di immensa sagra di demagogia politica e sociale celebrante modelli e livelli bassissimi sia artisticamente che concettualmente parlando. Se negli ultimi anni il palco è stato dato in comodato d’uso ai migliori esponenti dei talent show, quest’anno i big sono alcuni dei classici riempi piazza che ogni tanto ciclicamente si vedono ripescati dall’albo dei tempi d’oro, quelli che vengono messi  “davanti a un altro microfono che qualche cosa succederà”, gente quasi dimenticata, ne metterò alcuni in ordine di data dell’ultimo disco prodotto :

Piero Pelù (ultimo disco anno 2012 )

Bandabardò (2011)

Tiromancino (2010 )

Piotta ( 2010)

Velvet (2009)

Enrico Capuano ( 2008)

Agricantus ( 1995)

A rallegrare invece i più giovani ci saranno gli attuali esponenti migliori del rap italiano , gente proveniente da lunghe e furiose battle di provincia come Clementino e Rocco Hunt (quello che ha sfunnat’ o televuot).

A parte la sezione artistica, che paradossalmente risulta effettivamente relativa agli occhi di chi vi partecipa, il concertone è soprattutto un’esperienza socialmente ed antropologicamente unica, un documentario comportamentale dell’utente italiano medio dettagliatissimo. Per chi non ci fosse mai stato, il quadro migliore della situazione resta ovviamente Il complesso del 1° Maggio  di Elio e le Storie Tese, canzone che descrive perfettamente lo stato delle cose, ma noi vogliamo comunque offrirvi alcuni piccoli suggerimenti che potranno di certo tornarvi utile:

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Chi saranno i punk del domani?

omologazione

Che ormai tutti abbiamo un po’ perso di vista il concetto tempo è una cosa abbastanza evidente, io ad esempio spesso ho la sensazione di essere ancora nel 2013, se poi però mi chiedi di eventi accaduti l’anno scorso mi sembrano invece lontanissimi. Sarà di certo la mia sbadataggine, il viver giornate sempre più piene, influirà l’esser costantemente esposti ad un eccesso di informazioni (poche) utili e (molte) inutili, sarà di certo pure internet che ha irreversibilmente annullato le forme di spazio e di tempo, ma io mi sento sempre più come su un autobus che viaggia sempre più veloce tanto da non avere il tempo di ammirare ciò che attraverso, ciò che intanto passa. E, in effetti, se ci penso bene degli ultimi 6/7 anni, da quando cioè anche la mia vita ha avuto la sua inevitabile svolta tecnologica, non è che mi ritrovi poi molto, eppure ho fatto di certo molte più cose nell’ultimo decennio che prima, data la mia età. Viaggi ne ho fatti, foto tantissime, esperienze di ogni genere, amicizie internazionali, innumerevoli le storie ascoltate ed infinite le parole scritte; eppure oggi le storie le confondo, non associo le mete al viaggio, frequento sempre meno gente e le foto saranno chissà dove, legate a qualche account coperto da chissà quale mail con tutte quelle parole sparite tra le cronologie di network dalla vita troppo breve. Probabilmente saranno questi i motivi per cui mi capita molto più facilmente di imbattermi in ricordi tangibili della mia vita meno recente, come foto (quelle vere, che si toccano/che restano) di fasi buie in cui ero un teen-ager filo-grunge dall’emotività strutturata da citazioni di massimi esponenti del pessimismo cosmico e socialmente rinchiuso in piccole minoranze di visi eccessivamente pallidi.

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(foto dell’autore)

Ci chiamavano punk e noi eravamo convinti di esserlo. Definizioni ovviamente inappropriate e distorte da visioni di provincia, ma che piuttosto servivano a dimostrare l’eterogeneità territoriale tra ragazzi. Guardando quelle foto mi sono chiesto terrorizzato se anche al mio fratellino di 13 anni toccasse attraversare fasi cosi confusionali.  Cercando di ricordare le ragioni che mi avevano ridotto a quella condizione mi sono accorto che tutto era stato in gran parte conseguenza di una rivoluzione interiore scatenata dalla passione improvvisa per quel genere musicale, per quella cultura in cui ero affondato come un chicco di mais nell’olio bollente per poi essere espulso con forza e disordine in quello stato. Ho pensato poi che mio fratello a 13 anni non ascolta molta musica, gradisce il rap, sa già cos’è la musica house, ha una decina di compagni di classe Dj (alcuni anche famosi da anni) ma non milita alcuno stile, non ha nessun poster in camera, non risulta affiliato a nessuna cultura musicale. Pare addirittura che non sia proprio più possibile oggigiorno. Un giorno accompagnandolo in classe mi sono accorto che in realtà erano tutti ugualmente diversi tra loro. Con ulteriore attenzione ho notato infine che io in effetti di punk non ne vedo da parecchio. Si ogni tanto qualche cresta, qualche t-shirt degli Slipknot o dei Nirvana ancora la vedi, ogni tanto è ancora possibile incontrare qualche dark lady o ragazzotti con jeans stracciati e piercing incauti, ma mi danno più l’impressione di essere un retaggio overage di culture perse da cui non sono più riusciti ad uscire, sono sparpagliati, disallineati, non mi danno la sensazione di rappresentare un movimento. Perché non hanno più un credo che li unisce, punti di riferimento da seguire, accordi da imparare o cover da dissacrare con gli amici in garage la domenica pomeriggio. Per chi oggi si trova di fronte al bivio adolescenziale, a quel momento in cui in un modo o nell’altro inizi a formare la tua personalità iniziando ad esser un qualcosa per poi diventare tutt’altro un domani, attualmente non esiste altra cultura musicale da seguire se non quella ibrida e meticcia imposta dal “Grande Mercato”. Al massimo finisci nel mondo indie che pure quello è un bacino d’utenza da prender con le molle. La musica, sia essa intesa come disciplina, come attività o come semplice hobby è un elemento essenziale nella caratterizzazione individuale, genera flussi di coscienza ed interconnessioni emotive, fisiche e mentali che incidono su ogni aspetto della nostra esistenza interiore ed esteriore. Credo che questa società si sia seriamente impegnata per diseducarci e desensibilizzarci alla musica e alla sua capacità di poter trasformare un uomo in mille forme diverse di libertà. Niente punk, niente rasta, niente squatter o altro, via qualunque forma di “deviazione sociale” o surrogato proveniente da culture musicali e soprattutto: estrapolare la caratteristica principale di ciascuna di loro e tramutarla in tendenza. Banalizzarla. I tatuaggi saranno la principale esercitazione senza età di grossolanità e cattivo gusto, giubbini di pelle (e che pelle!) e stile rocker buono per ogni occasione trasformano oggi il più esagitato fan dei Metallica in un tizio gagliardamente alla moda, teste rasate e tagli asimmetrici sono le svolte stilistiche scelte un po’ da tutti, dai calciatori milionari alle commesse di provincia. Anche questa cosa della ri-esplosione del rap un po’ mi puzza. Le ultime generazioni non conoscono altro. Ho questa paranoica idea che educare un pubblico al solo ascolto di generi come il rap e la musica elettronica difficilmente faccia nascere l’esigenza di imparare a suonare uno strumento, essendo entrambi generi caratterizzati da altri tipi di tecniche di composizione. Chi saranno i punk del domani? Ci saranno i punk del domani? Se è vero come è vero che il destino di ogni mente creativa e brillante passa attraverso le tortuose via dell’anti-estetismo giovanile, mi chiedo dunque se e come si differenzierà domani la nostra società, quali culture si troveranno a confronto e quali saranno sorte in sostituzione di altre. Prenderà davvero vita la negazione radicale del diverso, venduta invece come tutela dello stesso? Cancellando la diversità, la storie e le minoranze, siamo tutti uguali, perché è proprio nell’uguaglianza che avviene l’assimilazione, perché sparisce il confronto tra culture. Il liberismo viene esaltato in tutti gli ambiti come massima espressione di democrazia e libertà, ma l’uomo delle società liberali, perde il suo status di cittadino, perde la sua individualità scivolando verso la condizione di massa, e in questa si perde l’unicità: siamo tutti uno, ed uno si controlla meglio di molti. La musica in tal senso è generatrice di caos, muove i popoli e diversifica l’umanità più di quanto si possa pensare. Parafrasando il monologo finale del folle Duke in “Paura e delirio a Las Vegas”:

“Siamo tutti impegnati in una lotta per la sopravvivenza ora, non ci sono più gli stimolanti degli anni Sessanta. E’ stata questa la falla fatale nel viaggio del Punk: ha bombardato l’America vendendo la sua espansione di coscienza, senza mai pensare alla realtà macabra e rapace che stava in attesa di tutti quelli che lo prendevano sul serio. Quei consumatori di acido patetici e appassionati che pensavano di comprarsi pace e comprensione a tre dollari la botta, ma la loro sconfitta e i loro fallimenti, sono anche i nostri. Ciò che il Punk si è portato via con sé è l’illusione di un intero stile di vita che lui stesso aveva contribuito a creare, una generazione di storpi permanenti, di cercatori falliti, che non ha mai capito la vecchia essenziale falsità mistica della cultura dell’acido: la disperata supposizione che qualcuno, o almeno qualche forza, custodisse la luce alla fine del tunnel”.

di Vincenzo Miele

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Google timeline: La storia della musica secondo Google!

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Che Google collezioni i dati relativi alla navigazione dei suoi utenti, è ormai un dato di fatto. Se da una parte questi dati vengono spesso utilizzati per profilare i nostri consumi – più o meno contro la nostra volontà – a volte il gigante di Mountain View utilizza queste cose anche a fini “buoni”.

Ad esempio, volete sapere che tipo di musica esisteva in un determinato anno? Date un’occhiata a questa infografica della storia della musica moderna. Google ha sempre analizzato i file musicali che vengono inviati tramite il servizio Play Music, ufficialmente per evitare di uploadare un file che si possiede già.

Una volta raccolti e archiviati tutti questi dati, Google ha pubblicato la sua Timeline Music. Gli amanti della musica avranno una buona panoramica della popolarità di un genere, di anno in anno, o potranno scoprire quale album della loro band preferita ha goduto del favore del pubblico in un determinato momento.

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Anche gli orologi diventano strumenti (in)utili per i Dj’s del futuro!

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Mr Jones Watches, celebre azienda che si dedica alla produzione di orologi, ha deciso di collaborare con un celebre dj, in arte Tom Middleton, per realizzare un orologio che potesse esser utile ai dj ai fini di calcolare il BPM di una traccia che stanno suonando.

Il BMP, per definizione, è il numero delle battute che vengono compiute in un minuto ovvero il numero di quarti presenti in sessanta secondi. Per mixare due tracce è necessario rallentarle o velocizzarle in modo che entrambe, al momento del mix, abbiano lo stesso BPM.Questo orologio si propone di aiutare l’utente a calcolare il BPM di una traccia semplicemente tramite un sistema di cerchietti colorati: quando uno dei tre cerchietti che si possono vedere è pieno si può iniziare a contare i battiti finché uno dei tre cerchietti si svuota tornando bianco. In quel momento sarà sufficiente moltiplicare i beat che abbiamo rilevato.

L’orologio non tiene però conto del fatto che basta anche una variazione di un quarto di BPM per rendere un mix inascoltabile e quindi un orologio del genere si rivela totalmente inutile. Anche il design non è il massimo ma se vi piace potete acquistarlo da qui, attenzione però: verrà prodotto in soli 100 esemplari (per fortuna).

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Si chiama BPM Drum Machine ed è un curioso orologio che riprende le forme del celebre strumento elettronico. Il risultato finale è un incrocio tra gli orologi calcolatrice celebri negli anni ’90 e una drum machine in miniatura.Il BPM Drum Machine invece lo trovate su thinkgeek.com

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Il Turntable Metal Wristwatch riprende le forme di un giradischi, non ha alcuna funzionalità particolare se non quella di avere angoli cosi appuntiti e taglienti da aver ucciso più persone nel sonno di Freddy Krueger.

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Reading My Body: Il braccio robot che trasforma il tatuaggio in musica

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L’artista moscovita Dmitry Morozov a.k.a “vtol” ha realizzato un robot che legge il tatuaggio sul suo braccio come fosse uno spartito musicale. Il suono che produce è piuttosto strano, ma non in senso negativo, s’intende.
Chiamato “Reading My Body” (Leggere il mio corpo), il macchinario usa dei sensori che si muovono in su e in giù su una serie di binari e leggono lo speciale tatuaggio di vtol disegnato appositamente.

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Questo curioso congegno è in grado di modulare la musica prodotta dalla macchina grazie all’utilizzo di un controller per Wii, che gli permette di agire su alcuni parametri (non meglio specificati) per modificare l’output sonoro. E se quel che abbiamo scritto finora non vi risulta chiaro, qui sotto c’è un video che ve lo racconta:

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Aiutiamo Katy Perry ad uscire dal tunnel dell’esoterismo.

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Devo essere sincero, appena ho intravisto il video di “Dark Horse”, ultimo singolo di Katy Perry, ho subito pensato: “Arieccola”. Non tanto perché trovo chiaramente insopportabile la sua musica, ma più per come ultimamente stanno impacchettando il suo prodotto artistico. Questo perpetuato abuso di simboli ed immagini di richiamo esoterico è davvero incomprensibile e pure un po’ demodè. Senza voler minimamente toccare la questione “Illuminati”, che esistano oppure no, resta il fatto che la Perry ne condivide, a quanto pare, almeno la simbologia ed è un fatto che l’esoterismo non dovrebbe avere nulla a che fare con un video di musica pop, fosse “Black Metal” troverei pure un associazione appena soddisfacente, ma il pop no. Non si tratta nemmeno di associazioni forzate, non è che mostra casualmente tre “6” di fila o lo scudetto del Manchester United e penso al diavolo, no, l’abuso tratta simboli propri della massoneria mondiale come ad esempio “l’occhio di Horus” o la “Squadra e Compasso”. In effetti, se le teorie complottiste avessero ragione, Katy sarebbe un tipo di strumento perfetto: è una pop star di livello planetario, le sue canzoni e video catturano l’attenzione degli adolescenti e pre-adolescenti, mentre il suo sex-appeal fa sognare la folla più adulta, sarebbe il canale perfetto usato dall’élite per far la propria propaganda, qualunque essa sia..Se non conoscete i precedenti showcase esoterici della Perry, sul web girano parecchi video ed articoli pieni di immagini e tesi compromettenti, noi ci limitiamo ad analizzare l’ultimo video:

Katy Perry – “Dark Horse”.

Il video, molto spensierato e pieno di colori, è ambientato (senza alcuna ragione evidente) nell’antico Egitto. La Perry, che nel video diventa Katy- Patra [?], dovrebbe rappresentare la “Cleopatra de noi artri”, ponendosi in una posizione di comando verso i suoi sudditi (bellimbusti acchittati con stile casuale/bastano i muscoli in evidenza). Interpreta insomma il ruolo di una cattiva, avida, egoista, dispotica prima-unica-donna che distrugge gli uomini per sua personale soddisfazione, ruolo che ultimamente anche altre star del pop (vedi ultimi video di Madonna o J.Lo) stanno cercando di ricoprire con immotivata aggressività. Lo stesso video a sessi inversi sarebbe impossibile da realizzare. Ad ogni modo ecco alcuni particolari estratti da “Dark Horse”:

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(occhio di Horus a “go go”)

2

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(coprendosene uno per avere lo stesso effetto)

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In questa scena, Katy-Patra è nuda e circondata da divinità egizie, sopratutto, è considerata da Anubis, il dio della morte dalla testa di sciacallo (ma il pop?). Dietro di lei il dio dalla testa di falco, Horus, indossa catene d’oro ,rappresentato anche in questo caso con un solo occhio. Ancora più importante, Katy-Patra è circondata da un serpente d’oro, che probabilmente si riferisce al malefico dio egizio Apep, è un dio malvagio dell’antica religione egizia raffigurato come un serpente e un drago. E’ la deificazione dell’oscurità e caos. E’ nemico della luce, l’ordine e la verità (Ma’at). (.. ed il pop?).

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Curiosi personaggi arrivano da tutto il mondo per chiederla in sposa, offrendo doni come diamanti giganti o stelle a 5 punte, ma la regina sceglie tra tutti il tizio con l’occhio di Horus al collo (aridaje) che le regala una cosuccia che si può trovare in tutti gli empori urbani, una gigantesca piramide d’orata che nasconde, sotto uno spesso strato d’oro, una struttura illuminata con la punta che di poco staccata ricorda ancora una volta questo maledetto occhio di Horus.

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Totalmente invasata ed entusiasta, la Katy-Patra inizia a volteggiare tra flussi magici che le fanno spuntare pure ali, per farla assomigliare così alla dea Isid, una delle figure più importanti delle società segrete occulte, lei che rappresenta la chiave dei Misteri.

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Il video si conclude con Katy-Patra che diventa un faraone super-Illuminato, tutti si inchinano davanti a lei … e il corteggiatore si trasforma in un chihuahua. La morale del video? Ci penso ancora un po’ e forse ci arriverò.

Intanto se siete riusciti ad arrivare alla fine dell’articolo, qui c’è anche un video in cui la Perry sostiene di aver venduto l’anima al diavolo in cambio del successo.

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La musica elettronica ed il mondo del clubbing su Yahoo Answers!

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Qualunque periodo tu stia passando, qualunque umore tu stia vivendo sappi che Yahoo Answers è il posto migliore per capovolgere uno stato d’animo. E’ sempre stata una delle piazze forse più “democratiche” (nella sua giusta interpretazione del termine) della rete, con l’enorme quantità di domande e risposte più assurde, comuni e spontanee dal mondo del web. E’ l’unico sito (subito dopo segue il mitico Salvatore Aranzulla e le sue risoluzioni ai problemi quotidiani con Windows) dove puoi trovare la domanda, posta da chissà quale utente, esattamente così come l’avevi pensata, con lo stesso ordine di parole Non vale lo stesso per le risposte che, anche se di norma riflettono la legge “a domanda stupida va risposta stupida”, non sempre risultano soddisfacenti. Il sesso ovviamente è l’argomento cardine, su cui si possono trovare chicche uniche e casi umani da lasciar basiti, tant’è che un altro modo per sbellicarsi è cercare le numerose classifiche delle peggiori domande&risposte possibili su Yahoo Answers. Qui invece abbiamo elencato alcuni dei quesiti più improbabili sulla musica elettronica ed il mondo del clubbing in generale, un’iniziativa che oltre a strappare qualche sorriso ci aiuta a distinguere meglio gli strati di ignoranza e disinformazione che ancora avvolgono questa cultura musicale.

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Ciao Claudio! Addio al padre dei visionari.

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È scomparso a 42 anni Claudio Sinatti, uno dei più grandi interpreti della videoarte italiana, pioniere del video mapping a livello internazionale e maestro della pratica dei live media. Se ne va l’amato autore di una stagione sperimentale intensa e irripetibile. Chi lo ha conosciuto, anche solo per poche ore non potrà non accogliere con profonda tristezza la morte di un uomo e di un autore a dir poco unico. Una carriera singolare e personalissima la sua, che l’artista ha costruito lavorando su molteplici livelli che investivano i campi più disparati, applicando a ogni modalità espressiva e formato quel qualcosa di speciale che trasformava ogni progetto, su ogni scala, in ogni contesto, in un’esperienza unica.

Claudio Sinatti se n’è andato troppo presto, ma ci ha regalato attraverso l’enorme lavoro interi giacimenti d’idee e di insegnamenti che tratteggiano il ritratto di un uomo libero, sorridente e insostituibile. Ha dato a vecchie e nuove generazioni l’opportunità di conoscere un mondo fatto di visioni ed esperienze prima di tutto sensoriali, ha reso complete opere d’arti che senza le sue doti evocative sarebbero rimaste sempre e comunque parzialmente inespresse. Ma se fosse qui, davanti alla nostra commozione e nostalgia, riuscirebbe a farci sentire inopportuni con quel suo sorriso asimettrico, perché quelli come lui non vanno via, il suo modo di creare espansioni di coscienza resterà con noi ogni volta che ci accorgeremo di osservare la realtàcon prospettive infinite.

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Ciao Claudio!

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QUANDO PHARRELL WILLIAMS TENTO’ DI CONVINCERE I CASSIERI DEL MCDONALD’S AD APRIRE PRIMA CON UN BALLETTO!

La domanda è: se foste stati voi cassieri di quel Mcdonald’s, vi sareste lasciati convincere dal balletto di Pharrell? O meglio : se foste voi cassieri di quel Mcdonald’s oggi, vi lascereste convincere dal balletto di Pharrell? Aeroporto di Parigi, 6 am, l’affamato Pharrell Williams, che nel 2009 non era ancora un dio della pop-music, cioè non si sarebbe potuto permettere un video di 24h e sculture artistiche definibili tali come questa:sidepromo_01-frontdicevamo, l’affamato Pharrell tenta di persuadere gli incorruttibili dipendenti del fast-food ad aprire in anticipo per avere, come canticchia: “a quarter pounder, french fries, icy cold milkshake, sundaes and apple pies”. Nonostante avesse dalla sua il conoscere i segreti di come persuadere commessi al Mcdonald’s avendoci lavorato per un piccolo periodo (dannazione ha o no la tipica faccia da cassiere del Mcdonald’s??) e l’esser tanto sinuoso da poter usare un balletto come arma di persuasione, pare che comunque i suoi tentativi siano risultati vani. Lo percepiamo di certo in modo diverso oggi che è presente ovunque e dopo che il suo ultimo singolo “Happy” ci ha bombardato così tanto da compromettere per sempre l’equilibrio semantico della parola felicità.

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La peggior cover band della storia!

Dopo l’indimenticabile video del peggior Dj della storia regalatoci dagli amici di DLSO, ci siamo permessi di proseguire la saga dell’orrido proponendo quella che a nostro avviso è la peggior cover band della storia, veri e propri “Geni del Male” versione rock (o almeno credo questa fosse l’intenzione). Yuri Temirkanov diceva : “E’ l’ascoltatore che deve patire e piangere mentre la musica vive“, e questi sei ragazzotti tuttocoraggio devono averne fatto il proprio motto principale dato che le sensazioni trasmesse sono esattamente quelle.Per chi (con tutta ragione) non avesse riconosciuto il brano reinterpretato,si tratta di The Final Countdown degli Europe, in una versione che merita di esser tramandata dagli internauti patiti del brivido. Buona visione!

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I 5 SUONI CHE RENDONO UNA TRACCIA DEFINITIVAMENTE INASCOLTABILE!

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Cercare di sindacare i gusti musicali è di certo un’idea insensata, tentare di stabilire dei canoni e delle proporzioni estetiche poi, soprattutto nella musica elettronica, è un pensiero folle e pure un tantino inutile. Ci sono alcuni suoni però, quasi sempre gli stessi, che riescono a rendere una traccia definitivamente inascoltabile, generalmente cafona e a trasformarla di conseguenza in un successo. “De gustibus”. Il paradigma per cui questo avviene resta ancora oggi un mistero, com’è che ti ritrovi a trascorrere intere estati bombardato tra danze e canzoni interamente costruite su suoni del genere è davvero inspiegabile. Che poi pensandoci bene il discorso è sempre che questo tipo di canzoni te le ritrovi addosso senza averlo mai deciso, tutte le grandi “hit”, specialmente quelle estive, vengono immesse nella società come se ci fosse un “ghostplayer” che da una dimensione ombra stabilisce il soundtrack di stagione ed inizia a bombardarti con canzoni che mai ascolteresti ma che, non si sa come, finisci per conoscere perfettamente,senza averle mai effettivamente ascoltate. Non solo, ti ritrovi addirittura a canticchiarle e magari dopo un po’ quasi ti piacciono, ma tu non te le sei mai andate a cercare, non le ascolteresti e invece ti ritrovi pure a ballarle e in un attimo sono addirittura la colonna sonora delle tue vacanze. Ma è un caso che ci è toccato un “selecter” del genere? Siamo stati solo sfigati oppure è una somministrazione voluta? L’effetto in sottrazione prodotto da questo generatore astratto di tendenze è evidente e generalmente caratterizzato dall’abbinamento di due noti assiomi : “abituare la gente a contenuti elementari “+” la ripetitività come primo strumento del controllo di massa“; faccio fatica a pensare altrimenti che un over-30 coreano appanzato e dalle dubbie capacità canore, danzando come un contadino armeno ubriaco sia potuto diventare (anche se solo per un pò fortunatamente) una star planetaria, se non si fosse trattato di una intenzionale mossa da “ghostplayer”. Alla musica elettronica , intesa come sublimazione del rumore, devo tanto ed ho imparato a non scandalizzarmi di fronte a qualsivoglia evoluzione o estremizzazione sonora, ma l’uso sfacciato e reiterato di suoni cosi brutti,eppur cosi apprezzati, mi snerva. Resta il fatto però che anche quest’anno in prospettiva della bella stagione inizio a sentire gli stessi suoni cominciare a circondarmi (vedi con cautela un tale Martin Garrix,un minuto e mai più può bastare) con la novità che al posto dei vari Guetta& Co. ora ci sono bimbi classe ’96, che fino all’anno scorso suonavano la diamonica in classe ed ora riempiono i più grandi club mondiali con l’aria di artisti d’altri tempi. Tra questi orrori digitali noi ne abbiamo selezionati 5, sono i suoni che rendono una traccia definitivamente inascoltabile, irrimediabilmente cafona ed immotivatamente celebre.

SE SEI UN PRODUCER ED USI QUESTI SUONI, RICORDA CHE PUOI SMETTERE QUANDO VUOI.

di Vincenzo Miele

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Sixto Rodriguez: La storia straordinaria del primo artista ad esser stato una star internazionale senza saperlo!

sicstoQuella di “Sixto” Rodríguez è senza dubbio una storia straordinaria, che merita d’ essere raccontata e seguita. La saga de “L’uomo che visse due vite” prosegue stasera passando dal palco del Teatro Manzoni di Bologna e domani da quello dell’Auditorium di Milano per due concerti che promettono emozioni uniche ed atmosfere da tutto esaurito. Rodriguez “Sugar man”, soprannome che gli viene da una delle sue canzoni più belle e più dure, non ha invece dimenticato come si fa a raccontare i disoccupati, i senzatetto, i tossicomani ai quali però il destino non ha tolto ancora la forza di sperare e di battersi per i propri diritti e cambiare qualcosa, a cominciare dalla propria vita. Persone condannate a stare ai margini ma che ogni mattina si svegliano convinte che anche un sogno o un amore possano diventare realtà, un giorno. Sono le anime inquiete di una working class che talvolta si accorge di avere in casa un piccolo grande eroe, come “Sugar Man, il primo artista ad essere stato una star a sua insaputa. Per decenni. Una storia talmente affascinante da meritare anche un meraviglioso documentario, vincitore di un premio Oscar, che sarà trasmesso questa sera su Rai5.

Sixto Rodriguez (chiamato così perché sesto figlio) viene scoperto in un locale periferico di Detroit, il Sewer, da due talent scout che vedono in lui molto, forse troppo considerando l’abbondanza di talenti di quegli anni. Al punto che lo definiscono con l’etichetta, importante quanto scomoda, di “Bob Dylan ispanico”. Così, dopo la meteora del singolo del 1967 col nome di Rod Riguez (I’ll slip away), arrivano due album Cold Fact (1970) e Coming from Reality (1971), sui quali produttori non si risparmiano. Belle canzoni, testi impegnati (soprattutto il primo), arrangiamenti curati. Ma non succede nulla. Forse anche un po’ colpa sua visto che in qualche concerto di lancio sceglie di suonare dando le spalle al pubblico. Risultato: poche copie vendute e via nel dimenticatoio. La scommessa è persa. Rodriguez torna da dove è venuto. Non è un periodo facile: si mette a fare l’operaio demolitore e il muratore. Fa anche l’insegnante e nell”81 si laurea in filosofia seguendo i corsi serali. E’ instancabile, cerca sempre il riscatto per sé e per gli altri: si candida persino a sindaco di Detroit ma chiude questa parentesi con una manciata di voti. I soldi sono pochi e deve lavorare sodo in cantiere. Certo suona ancora e scrive canzoni ma sempre lontano da quei riflettori che non lo hanno mai inquadrato. Non se ne cura e va avanti così, vive sempre a Woodbridge, nella stessa casa senza tv e senza riscaldamento. Succede però che a metà degli anni ’70 le sue canzoni vengano ascoltate (grazie a qualche passaggio in radio ma soprattutto alle copie in audiocassetta) in paesi lontanissimi dagli Stati Uniti: Sud Africa, Australia (dove sul finire degli anni ’70 farà una breve tournée) e Nuova Zelanda. Ma è in Sud Africa che accade l’impensabile: grazie al passaparola nel giro di pochi anni i suoi album diventano la colonna sonora della rivolta anti-apartheid, per via dei testi anti-establishment contro l’oppressione e i pregiudizi sociali. In ogni casa di giovani bianchi contrari al governo razzista di Pieter Willem Botha ci sono i dischi di Rodriguez (nel frattempo ristampati ma subito censurati in radio dal regime). In questa parte di mondo vende eccome, nel 1981 arriva persino un disco di platino e una popolarità – dicono in molti – pari a quella di Elvis Presley o dei Rolling Stones. Un successo straordinario. Soltanto che lui, dall’altra parte dell’Atlantico, non ne sa nulla, alla prese con case da demolire e solai da rinforzare. Ed è anche all’oscuro delle royalties che qualcuno negli Usa anno dopo anno intasca.Non sa di essere un mito per i giovani sudafricani ma anche loro sanno poco o nulla di lui. Nelle parole e sulle copertine dei dischi non ci sono tracce che possano far capire dove sia nato, dove viva. Si sa solo che è un ispano-americano e che le sue canzoni hanno testi molto intensi. Stop. Ma un mito è un mito e si alimenta spesso di leggende. Cominciano così a girare voci sul fatto che sia stato ucciso in un concerto alla fine degli anni ’70 o addirittura che si sia suicidato sul palco dandosi fuoco. Ma non ci sono conferme e il mistero continua. Gli anni passano, ma né il successo né la passione sfumano. Così un suo fan e un giornalista musicale decidono di provare a scoprire come sia morto. E pubblicano un sito – The Great Hunt Rodriguez (ora sugarman.org) – per cercare notizie su di lui. Tutto tace fino al giorno in cui su questo sito capita la figlia del cantante che subito si sistema la tastiera e scrive una mail spiegando che il padre è vivo e vegeto, ringrazia e saluta lasciando un numero di telefono. Il contatto è immediato. Rodriguez scopre che in quel paese appena uscito dall’orrore dell’apartheid lui è da anni una stella della musica. E non solo.

Nel 1998 Rodriguez viene accolto in Sud Africa e si consuma il grande abbraccio con il pubblico che non sapeva di avere. Arriva lì con le tre figlie e la sola chitarra. Non ha una band da anni. Nessun problema: il gruppo con cui farà più di 30 concerti nel paese lo trova lì e sono tutti suoi fan. Del resto le sue canzoni le conoscono a memoria. La seconda vita di Rodriguez è appena cominciata e ha gli occhi colmi di meraviglia. I suoi album vengono ripubblicati e stavolta vendono, lui torna nel circuito mondiale dei concerti e può finalmente vivere gli ultimi anni di fama, ora che può, ora che sa.

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The Ideas Island: un soggiorno gratuito per i creativi e le loro idee.

122800552-b08039ed-f130-405a-b917-6417258e80a8Sarà sicuramente una trovata pubblicitaria, ma anche in questi espedienti commerciali sempre più strambi c’è chi ha l’opportunità di guadagnarci qualcosa, spesso un’esperienza.

L’autore e relatore di business creativo Fredrik Härén, svedese, ha deciso di mettere a disposizione di potenziali creativi le due isole private che possiede in Svezia. Le ha ribattezzate “Isole delle idee” e chiunque può lavorare alle proprie idee in queste oasi di tranquillità e benessere. Il soggiorno gratuito (chi vuole può donare una cifra in beneficenza), è di una settimana per 4-6 persone al massimo. Le uniche spese a carico degli ospiti sono il viaggio per arrivare alle isole e il cibo che consumeranno. Sul sito ufficiale del progetto “Ideas Island” (theideasisland.com) ci si può candidare esponendo obbligatoriamente – in inglese – l’obiettivo del proprio soggiorno creativo.

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Mycrophone.it : il nuovo sito che trasforma il web in una sala concerti online!

myph-festival-300x300Trovarsi una sera al posto giusto. Incontrare artisti e sentirli suonare a un passo di distanza, senza palco. Guardarli in faccia, osservarli mentre cantano le loro canzoni magari in macchina, in viaggio, sotto la doccia, per strada, sulla panchina di un giardino. Jam session improvvisate, intime, vicine. Meravigliose come tutte le cose che nascono per caso e in un posto che diventa giusto nel momento in cui viene raggiunto. A limitare il caos del caso ci ha pensato Alessandro Dell’Aquila, ex studente di giurisprudenza con la passione incontenibile per la musica, e l’età adatta, 29 anni, a muoversi nel mondo parallelo dei social network. E’ stata sua l’idea di progettare il posto giusto. Aiutato dai disegni di Imma Mariniello e dal suo maestro di musica all’università Maurizio Filardo – produttore artistico nonché chitarrista di Daniele Silvestri del quale ha anche diretto l’orchestra a Sanremo 2013 -, Dell’Aquila ha lavorato al progetto di Mycrophone.it per un paio d’anni prima di dargli vita, questa mattina, mettendolo online.
“Volevo un sito semplice e gratuito. Il meccanismo è lo stesso dei social, si entra, ci si iscrive, si ottiene una propra pagina e un profilo dove poter caricare i video”, continua Dell’Aquila che il sito l’ha creato senza lasciare spazio al caso. Gli artisti faranno parte di un archivio consultabile con un motore di ricerca interno. E come in un locale, sebbene virtuale, le esibizioni saranno presentate tramite un calendario che annuncerà la messa in onda. Un misto tra un palinsesto tv e una vetrina in evidenza. “Siamo all’inizio, il senso del progetto nel tempo si definirà meglio. La mia idea era riuscire a mettere a disposizione più musica possibile, concerti veri e propri e un archivio potente. Questo dipenderà dal riscontro, e dal tempo”. Un sito nuovo è una minuscola finestra di un piano imprecisato perso tra un’infinità di grattacieli. Non importa cosa si veda da quell’angolazione se nessuno sa dove cercarla. Matrix. Ma Dell’Aquila ha fiducia. La passione per musica è in grado di portare a intraprendere viaggi inaspettati. “Nel suo profilo l’artista per ora può caricare video da tre a 15 minuti, poi il tempo aumenterà. La prima messa online avviene secondo un calendario che è automatico secondo il sistema della prima data utile. Tutti possono caricare video, il controllo che faremo sarà solo per evitare casi estremi, materiale pornografico o violento”, continua.Mycrophone è un sito per musicisti, aspiranti, appassionati. “Non è YouTub”, aggiunge Filardo che il musicista lo fa per professione. Nel video di Silvestri suona la chirarra in macchina, seduto dietro, come ogni volta durante i viaggi insieme alla band del cantautore romano. Un pezzo on the road finito in rete. “Non vogliamo far ridere, né caricare esibizioni surreali. Il senso di Mycrophone è mostrare la faccia non patinata degli artisti, la loro anima musicale, quella oltre il palco. E’ fantasia, libertà, e certo, anche risate. Ma alla base dev’esserci amore per musica, e rispetto”.

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Kawehi ed il fare rock da seduti!

0001349896_10Chissà se i Nirvana avrebbero mai immaginato che un giorno le loro canzoni venissero rifatte da una “ragazzina” che con due sole mani, composta come la protagonista di un ritratto rinascimentale, riedita il sound di un’intera band mediante il solo uso di poche estensioni elettroniche. Ascoltando questa versione di “Shaped Box” si fa persino fatica ad immaginare i 5 ragazzacci di Aberdeen, icone e pionieri del movimento grunge, eseguire lo stesso brano con la tipica foga e rabbia con cui riempivano i palchi, mentre la giovane artista hawaiana riesce addirittura a non far muovere il vino nel bicchiere presente sul tavolo. Il progetto di Kawehi di rielaborare in chiave elettronica pezzi di band come Nine Inch Nails, Radiohead,Maroon 5 ed altri, trova in questo video la sua condizione d’espressione migliore, brava nell’esecuzione e nello stravolgere completamente l’atmosfera del pezzo originale, offrendo però allo stesso tempo una piacevole quanto differente chiave di lettura.

TCS – Robot Heart: Heart-Shaped Box – Nirvana (covered by Kawehi) from Kawehi on Vimeo.

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Le 20 peggiori copertine di album degli ultimi decenni!

Va bene che il marketing è una disciplina recente e va bene pure che la copertina possa rappresentare la stravaganza e l’estro dell’artista ma se confrontiamo queste cover con quelle attuali non possiamo non esser coinvolti da una risata contagiosa. Magari questi musicisti puntavano tutto sul prodotto, affidandosi alla sostanza più che alla forma, ma crediamo siano riusciti piuttosto, oltre che a raggelare l’eventuale cliente scosso nel ritrovarsi tra le mani immagini del genere, a prendersi un posto d’onore nell’olimpo dei buongustai dell’orrido.

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I demo che i Daft Punk inviavano quando erano ancora fanciulli in cerca d’autore!

tumblr_lgdp9ei2Ne1qbubzzo1_500Dicono che la sensazione procurata da un riscatto o da una rivincita personale sia una delle più appaganti ed eccitanti tra quelle che l’uomo possa provare. Dicono poi, che sul piano diametralmente opposto, tra quelle che più logorano e pungono, ci siano rimorso e rimpianto. Se cosi fosse,potremmo mettere sicuramente su questi due piani da una parte gli ormai stracelebri Daft Punk e dall’altra quelli che avranno sicuramente ricevuto e ignorato le demo dei primi lavori di quelle che oggi sono star planetarie. Su Youtube sono comparse alcune registrazioni, datate 1992, relative ai primi lavori di quelli che furono i Darlin’, prima band di Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter,formata tra i banchi del liceo insieme a Laurent Brancowitz,futuro ed attuale chitarrista dei Phoenix. Certo le canzoni, almeno queste che è possibile ascoltare, lasciano immaginare ovviamente più a tre ragazzotti filo-grunge in cerca d’autore che a futuri padroni della scena mondiale,mentre invece è di certo più facile immaginare il volto di tutti quei discografici e critici scettici, incluso quello che li definì “a bunch of daft punk” (“un gruppetto di stupidi teppisti”) dando poi il nome al duo, davanti allo schermo a mordersi le labbra mentre i ragazzotti mascherati sbancavano ai Grammy Awards 2013

 

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di Vincenzo Miele

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BONTAN, UN GIOVANE PRODUTTORE IN ASCESA

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Non nascondo mai il mio amore per l’house music, ma in questo periodo mi sto affacciando al mondo della deep e non posso far altro che utilizzare questa occasione per parlare di un progetto discografico che mi ha particolarmente colpito. Se vi dico Kraftek, vi viene in mente qualcosa? Forse no, ma sono certo che se dico Pleasurekraft sicuramente molti di voi sanno già di chi sto parlando. Questa prefazione per arrivare ad uno dei dischi che dal panorama underground è passato ad una realtà mainstream commerciale, non nel senso reale della parola ma semplicemente per giustificare una hit che quasi tutti i djs hanno avuto nella propria borsa. Got a feeling è sicuramente il disco che ha reso famoso un giovane ragazzo che dal nord dell’Inghilterra ha conquistato l’Europa. Ho precedentemente nominato i Pleasurekraft proprio perché il disco è uscito nella loro label, la Kraftek e loro stessi sono presenti nel progetto discografico in questione, probabilmente perché avevano percepito che il giovane Bontan aveva creato qualcosa di speciale. La prima release uscì sempre in Kraftek ed era un EP chiamato Revolution, già da quì si capiva il suono inconfondibile di Bontan, fatto di groove house, bpm  (beats per minute) non troppo veloce (124) e questo basso che ricorda tanto i dischi underground dei primi anni ’90. Ultimamente  ha remixato la storica club hit di Mark Knight, D.Ramirez e i famosi Underworld Downpipe. La mia sensazione è che Bontan stia facendo lo stesso percorso degli osannati Martin Garrix, Dyro ecc. ma nel mondo della raffinata musica deep. La differenza sta nel fatto che mentre gli altri cercano di buttare giù palazzi con una guerra di loudness e suoni distorti, il nostro Bontan è alla continua ricerca della perfetta melodia di bass line, arpeggi mai scontati, pads non estremizzati dall’uso del sitechain ma che insieme alla voce quasi sempre ritonata verso il basso creano una sintonia armonica da brividi. Sentiremo sicuramente parlare di questo giovane produttore, mi sento di scommettere che Got a feeling è solo l’inizio.

di Alex Gray

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PERC: IL GIGANTE DELLA TECHNO

percDestinazione Italia per Perc, al secolo Alis Wells: una data a Roma (31/1), una a Cagliari (1/2) e una a Torino (22/3) per godere della musica di uno dei più importanti produttori di musica techno di questo periodo, impegnato in un tour mondiale che toccherà anche Berlino, Londra (sua base), Chicago, Los Angeles, Amsterdam e Vienna (qui le date).
Considerato un vero e proprio punto di riferimento per gli appassionati di deep house e driving techno, Perc è riuscito a distinguersi – dai suoi primi demo alle innovative tracce di oggi – con uno stile molto personale,  che unisce un incredibile impulso creativo a una forte e consolidata conoscenza della musica elettronica del passato. E’ grazie a questo mix che è riuscito a guadagnarsi non solo un ruolo preminente in molte diverse grandi label come CLR, Kompakt, Drumcode, Stroboscopic Artefacts e Ovum, ma anche quello di producer di una sua stessa etichetta, la celebre Perc Trax.
Dopo un’esperienza come dj nei maggiori club del mondo, Berghain, Fabric, Cocholiche a Buenos Aires, Perc ha esordito nel 2011 con l’album autoprodotto Wicker and Steel, che lo ha immediatamente innalzato ad un livello superiore di celebrità e riconoscimento artistico.
Per chi è a Roma, stasera sarà al Goa Club.
Presto su The Insiders parleremo ancora di lui. Keep in touch.
di Sara Caprasecca

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L’AUDACE PERFORMER DELLA SCENA TECHNO-HOUSE BALCANICA: KiNK

kink

In principio erano l’acid, la techno, la hardcore e la jungle. Poi il primo sintetizzatore modulare, l’amore per la vecchia musica e una dedizione incredibile in studio: all’età di 27 anni Kink ha prodotto il suo primo vinile e solo un paio d’anni dopo era sulle bocche di tutti quelli che sì, erano esperti di musica elettronica, ma erano anche alla ricerca di una qualità superiore. Uno tra i suoi primi brani acid-house Same Old Thing (2006), pubblicato con la label Odori Music, è stato notato da dj come David Duriez e Laurent Garnier.

Nativo della Bulgaria – il suo vero nome è Strahil Velchev – Kink produce tracce complesse, dalle quali emerge la sua natura di ascoltatore prima che di producer e dj. Le sue tracce sono state suonate da dj di tutto il mondo e la sua passione a 360° per la musica si riflette nelle sue collaborazioni con artisti di ogni genere, prima tra tutte quella con Neville Watson, cultore dell’acid house anni Ottanta.

In collaborazione con Neville Watson dal 2008 ha prodotto brani per Rush Hour, Ovum, Poker FlatSystematic, Mule Musiq, Get PhysicalLiebe*Detail riuscendo così a suonare nei migliori club europei. Suoi i remix di importanti nomi della scena elettronica, come Hercules and Love AffairPatrick Cowley, Marc Romboy e Blake Baxter, Riva Starr, Pete Tong e Dave Spoon, DJ T per citarne solo alcuni. E se non bastasse, nel 2011 era al ventesimo posto nella classifica dei 100 artisti più rilevanti di Resident AdvisorKink ha ricercato una modalità di esibizione live che trova la sua configurazione in un compromesso perfetto tra strumenti analogici e tecnologia digitale, spingendo le sue “macchine” al limite della consuetudine.

Kink arriva a Roma venerdì 15 novembre al Rashomon, per stupire ancora una volta il pubblico con gli strumenti da lui attentamente scelti, che ama utilizzare in maniera veloce e dinamica, mettendo alla prova ogni volta la sua esperienza e la sua abilità.

15.11.13 NO END Feat. KiNK @ Rashomon Club – Rome

The Insiders

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CATZ ‘N DOGZ: DEEP HOUSE MADE IN POLAND

Grzegorz Demiañczuk e Wojciech Taranczuk aka Catz ‘n Dogz sono nati sotto il regime comunista nella città polacca di Szczecin, dove le loro prime produzioni entravano in sintonia con le trasmissioni radiofoniche che vagavano attraverso il vicino confine con la Germania. Verso la fine degli anni ’90, la coppia, ancor meglio conosciuta come 3Channels, ha cominciato a fare djing in occasione di piccoli eventi e partecipato a trasmissioni della radio locale. Le loro tracce techno-centriche hanno catturato rapidamente l’attenzione di alcune tra le etichette dance più underground nel mondo: Crosstown Rebels, Pokerflat, Boxer, Leena. Dopo le pubblicazioni con le etichette tedesche Trenton e Trapez, la loro grande occasione è arrivata nel 2006, quando Claude VonStroke ha chiesto loro di remixare la sua hit internazionale Who’s afraid of Detroit?, per una altamente limitata e ricercata versione in vinile. Da allora i Catz ‘n Dogz hanno pubblicato due album: Stars of Zoo del 2008 caratterizzato da un paesaggio sonoro ricco che prende spunto da una semplice deep house senza però perdere di vista le radici techno più dure ed Escape from Zoo del 2010 dove i Catz ‘n Dogz si liberano dalla “gabbia” e sperimentano sonorità che contemplano elementi Disco, R&B, Hip-Hop e altro ancora. Con l’obiettivo di portare il talento di produzione polacco oltre i confini della loro terra natia, i Catz ‘n Dogz hanno fondato la Pets Recordings e dato vita alla serie Petcast podcast dove potete scaricare i loro remix e quelli di altri producer internazionali.

Gustatevi il remix preannunciato dal duo durante l’intervista da noi realizzata che sarà presto online su wearetheinsiders.com

di Angela Ametrano

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IL BEAT BALCANICO DI MLADEN SOLOMUN

solomun

Music is moments” è il suo motto: la musica è fatta di momenti. E’ con questa massima che Mladen Solomun sta portando avanti la propria ricerca artistica e il proprio tour, che molto presto toccherà anche l’Italia.

Originario della Bosnia Erzegovina, Solomun è cresciuto in Germania mantenendo comunque l’impronta della malinconica cultura slava nelle proprie produzioni; il suo stile è un mix che lui stesso definisce influenzato dall’r’n’b, dalla disco anni ’80, dal funk, dal soul e dall’hip hop (provare Yes no maybe e Something we all adore per credere).

Dopo un esordio nei maggiori party di Amburgo, ha pubblicato il suo primo ep nel 2006 con il semplice titolo Solomun EP per dare poi il via a una serie di tracce eccellenti in cui emerge la sua bassline profonda e ultrafunky come See you everday alone e International Hustle. Dopo aver conosciuto Adriano Trolio, ha fondato con lui l’etichetta Diynamic Records che ha avuto un grande successo a partire dal 2012: DIY sta per “do it yourself”, a simboleggiare la loro iniziativa indipendente, che li ha portati anche a fondare l’importante club Ego.

Da qualche anno, la presenza del dj di Amburgo a Ibiza è costante: dopo aver vinto l’Electronic Music Awards, ha dato vita allo show “Solomun +1” allo storico Pacha: il concept è quello di un djset in cui ci sono solo lui e un altro dj – che cambia di volta in volta (per citarne solo alcuni: Miss KittinMarek Hemmann e Nick Curly). L’obiettivo dello show non è quello di accumulare molti dj importanti in una stessa serata ma di offrire uno spettacolo incentrato totalmente sul suono e sulla cooperazione dei due soli producer.

Il 31 ottobre Solomun sarà a Roma a Spazio 900 in una speciale serata a tema per Halloween insieme a Francesco Rossi.

Solomun discography

31/10/2013 Solomun @ Spazio 900 – Rome

di Sara Caprasecca

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THE TOURING DJ: LEVON VINCENT

Levon Vincent

East Coast, New York e Berlino sono state le tappe fondamentali di Levon Vincent, classe 1975, iniziato da alcuni amici al djing a fine anni ’80.  Il suo percorso sembra una costellazione di tempismi perfetti, intuizioni e cesellamento del suono, dietro uno studio approfondito (fra i suoi punti di riferimento, Brian Eno) e una costante ricerca personale.

Nel 2001, Vincent comincia a lavorare nel leggendario Halcyon Records Shop di New York e l’etichetta Moremusic NY fa uscire i suoi primi pezzi.  L’incontro con Jus-Ed gli permette di lanciare la Underground Quality, etichetta-simbolo della House di qualità. Ma la svolta è a Berlino nel 2011:  tracce come Late Night Jam risuonano nel buio di molti club europei e ormai il suo beat scuro e avvolgente è considerato un cavallo su cui poter scommettere.

Ritenuto uno dei protagonisti della rinascita musicale di New York, nel 2011 produce con la sua stessa etichetta Novel Sound Man or mistress, che appena nata è già un classico.

Nel 2012 il suo Fabric63 a Londra ottiene il primo posto nella classifica dei migliori mix dell’anno di Resident Advisor.

Il 25 ottobre 2013 , dopo diverse tappe in Europa, NO END presenta Levon Vincent al Rashomon Club di Roma per una serata all’insegna della sua selezione notoriamente attenta al minimo dettaglio.

Levon Vincent discography

25/10/2013 NO END Feat. LEVON VINCENT @ RASHOMON_ ROME

di Sara Caprasecca

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