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LEGOWELT – Crystal Cult 2080 – Crème Organization

 

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Finalmente mi trovo a scrivere, dopo essere stato messo K.O. da un’ improvvisa influenza, di un album che su tutti mi ha colpito in questo ultimo periodo. Il nome è certamente una garanzia ma,  chiunque potrebbe citare lavori orribili anche tra i più grandi della scena; non è il caso di LEGOWELT che viene fuori nel 2014 con un album a dir poco mistico, sotto Crème Organization che ne aveva già prodotto alcuni EP come Under The Panda Moon (2003), Vatos Locos (2009) e Gardens Of The Ghetto (2010). Dopo un veloce ascolto di Crystal Cult 2080 sul web, ho voluto mettere le mani su una copia del lavoro ordinando la versione doppio LP ma tranquilli, se non siete amanti del vinile, le varianti sono CD, file MP3 e cassetta; per non lasciare proprio nessuno deluso insomma. La scena si apre con un “medias res” musicale che mette in chiara luce la passione paranoica di Danny Wolfers per i sintetizzatori (se siete degli aspiranti producer analogici non guardate la sua infinita strumentazione, vi passerebbe la voglia) e che diviene sogno appena si sfiorano i 6:30 minuti (EXPERIENTIAL AWAKENING). Con ANCIENT RITES DEMONI MUNDI bisogna calarsi attentamente nel sound di tutto un album altrimenti si rischia di pensare ad una traccia transitoria, un brano di passaggio e, visto nell’insieme, ci si sbaglierebbe. E’ una piacevole sensazione fermarsi ad ascoltare ritmiche frenetiche di una Roland R8MK2 (come da titolo) e synth convulsi (EXCALIBUR R8MK2) che non possono non essere la colonna portante di ogni traccia, e dove anche la situazione potrebbe iniziare a sembrare statica, arrivano in aiuto drum-machines che prendono in mano la circostanza alzando i battiti (PSYCHOTIC ENDURANCE). HOW I LIVE è un “fade in” continuo che si concretizza dopo 120 secondi per poi restare costante e potente; THE FUTURE OF MYSELF gioca su una ritmica assidua e un incastro di sintetizzatori reso ancora più spaziale da un gioco di volumi (con un “pan-pot” in costante cambiamento sarebbe stato il top). FUNDAMENTAL SUPERSTITION è un viaggio accompagnato da un flauto puro che puntualmente risalta la sua presenza, tra ritmi accelerati e musicali aloni di mistero, tra suoni avvolgenti e piano scattanti. CRYSTAL CULT 2080 si spalanca e si distende misticheggiante, accompagnata da suoni studiati e da una voce passionale per poi chiudersi con una doccia fredda, garantendo però l’unica possibilità di non perdersi in qualche scuro meandro del proprio essere, prima ancora della fine dell’album. WHEN THE SPRING COMES AGAIN è un kick possente in partenza che si affida poi a riff sintetizzati, geniali in chiusura, che prendono ad un tratto una pausa lievissima in vista di un aumento di ritmo che diventa frenetico, cinico. In CYBERSPACE IS STILL HAPPENING FOR REAL il titolo fa praticamente da portavoce ad un suono esattamente da cyberspazio, come del resto anche in LIGHTHOUSES FRIED FISH DISKS e A DISTANT MEADOW OF YOUR SOUL con un ritmo più sostenuto quest’ultima (le ultime due tracce sono presenti solo nella versione CD). Un lavoro omogeneo quello di Legowelt che sicuramente si distingue per un’immutata linea guida che conferisce al lavoro quel giusto risalto che con tracce o suoni differenti non si comporrebbe.

di Matteo Reho

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Daphni & Owen Pallett – Julia/Tiberius 

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La prima volta che ho ascoltato “Swim” , l’album di svolta del produttore canadese Daniel Snaith in arte Caribou, la prima frase che ho esclamato è stata : “ ma chi è questo squilibrato”? Dopo pochi minuti però ero già estremamente coinvolto ed affascinato da un disco che, nella sua scelta stilistica e compositiva, risultava fortemente fresco ed innovativo. La pregevole irregolarità dell’artista canadese, frutto di un background decisamente vasto ed eterogeneo, è riscontrabile anche nel suo prossimo lavoro in uscita su Jiaolong con l’alias “Daphni”. Le due tracce Julia e Tiberius non hanno ancora una data ufficiale di rilascio, ciò che è certo è che per ricreare il tipico suono “caribouiano”, cosi dinamico e vivo,  Daniel Snaith si è affidato al supporto strumentale di Owen Pallett, che con un sinuoso gioco d’archi riesce a rendere la dimensione “Caribou” ancora più profonda. Auspicandoci che questo singolo sia un primo test verso la produzione di un nuovo disco, vi consigliamo questa piacevolissima preview:

 

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HENRIK SCHWARZ – HOUSE MASTER

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 Uno dei pochi produttori di musica elettronica che veramente va oltre quei limiti che arginano invece molti dei suoi colleghi, è Henrik Schwarz. Nato e cresciuto nel sud della Germania si trasferisce a Berlino dopo gli studi nel 1999 per lavorare come graphic designer, ma poi invece, i primi passi nella musica, prima con l’hip hop, il jazz, e la Detroit Techno poi, lo portano a interessarsi alla computer music production, e all’utilizzo di drum machine e sintetizzatori, fino a creare poi la sua label, la Sunday Music. Da qui parte il suo processo musicale, che non racconteremo passo per passo, poiché non basterebbero queste poche righe per descrivere il suo curriculum. Visto le produzioni che ha sfornato negli anni, è sottinteso che Henrik non abbia continuato con il lavoro di graphic designer, ma si è dedicato interamente alla musica e ai lives.

Henrik Schwarz è un artista nel vero senso della parola e “House Master”, album realizzato per la label “Defected”, ne è la sua eredità. L’album comprende 22 delle sue migliori produzioni e remix, come quelli realizzati per Detroit Experiment (“Think Twice”) , per Code 718 (“Equinox”), Omar (“Feeling you”) oltre a un esclusivo remix dei Chasing Kurts (“From The Inside”) che è veramente una favolosa versione deep della più commerciale versione originale. E come non citare il grandioso remix dei The Jackson 5 – “Dancing Maschine” (per chi non li conoscesse i The Jackson 5 erano: Jakie, Jermaine, Tito, Marlon, e il piccolo Micheal destinato in seguito a una fortunatissima carriera solista): un allegro rhythm ‘n’ blues remixato in una più elettronica deep house. Inoltre, tra le 22 tracce dell’House Master, ritroviamo anche “Where we at”, realizzata con i due produttori geniali dell’etichetta Innervision, Dixon e Ame, e con Derrick Carter ai vocals, che diventò un classico, e che sancì l’inizio della collaborazione tra Schwarz e Innervision, che ancora oggi dura. In questa traccia c’è molto dello stile Innervision, con suoni un po’ più scuri, modulazioni di frequenze, giochi di LFO, cassa bella dritta, e con i vocals di Carter che rendono molto particolare questa traccia. Questa di Henrik Schwarz è la ventesima edizione della lunga serie di House Masters della Defected, per celebrare il lavoro di grandi produttori come Louie Vega, Dennis Ferrer, Charles Webster e molti altri. E questa edizione che la Defected ci ha regalato, ne è l’eredità e la grande bellezza di Henrik Schwarz.  

di Simone Zamparini

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ROBERT CRASH – Mercenary EP – (White)

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Christian Zingales lo definisce “Lunare post jackismo” e, in fin dei conti, non ha tutti i torti perchè l’ EP firmato Robert Crash a.k.a. Fran Mela è un lavoro visionario, un House definita da sonorità che si avvicinano allo space e da altre puramente acid; da una ritmica tipicamente Detroit 1981 e da una sensazione di robustezza, quasi di sfida, evidentemente influenzata da un titolo non troppo dolce come MERCENARY. E’ un EP dall’ impatto secco e deciso che col passare dei minuti non perde di intensità, seguendo un’ immaginaria linea guida che resta immutata, scelta riuscita che mantiene alta la tensione per tutto il tempo. Una caratteristica molto apprezzata è un suono analogico prodotto da veri, non virtuali, sintetizzatori e drum-machine, (quasi una scelta “vintage” rispetto a molte altre produzioni rese possibili grazie solo ad un Pc e a un controller) nota distintiva delle produzioni passate e presenti di Fran Mela, chiaro estimatore della vecchia scuola sulla quale si basa il suo inconfondibile sound. Quattro sono le tracce di Mercenary EP alle quali Crash non da appositamente un titolo quasi volesse, con questa scelta, dire tutto non dicendo nulla perchè le parole in alcuni casi non contano, ciò che conta è la musica, e la musica è incalzante con suoni che subiscono un repentino cambio di volume e sintetizzatori che si miscelano dando vita alla sensazione di trovarsi in un laboratorio di sperimentazione; prima che la traccia si chiuda tra incastri di stick, hi-hat e un vibrato che sembra una risata, fanno la loro comparsa note più melodiche che, messe in un contesto prettamente distorto sotto tutti i punti di vista, ne risaltano la genialità (UNTITLED 01). La seconda traccia per ordine di ascolto inizia subito con un basso autorevole e una voce che ripete insistentemente “love”. Un bel groove fa da sfondo a synth che si accendono smuovendo l’ atmosfera, per poi sparire e lasciare posto a suoni schizofrenici prima e futuristici poi, alimentando la sensazione che per ogni pezzo bisogna aspettarsi qualche bella trovata dalla metà in poi, “love” this sound! Cambiato lato UNTITLED 03 inizia con un ritmo percussivo sostenuto accompagnato da sprazzi ritmici puramente techno e da un basso sovrainciso che pare sciogliersi; momenti di assoluto delirio vanno e vengono alternandosi con parti più sobrie ma sempre rapide. Nel finale c’è spazio per cymbals, charleston che clippano senza sosta e fischi allucinogeni, il tutto prima di sfumare in un risveglio quasi innocente dopo una notte psichedelica. L’ ultima traccia del vinile non ha mezze misure, parte a palla con una ritmica devastante, accompagnata da suoni acid e noise che giocando sui volumi creano una scena surreale. A conferma di quanto era venuto in mente, appena superata la metà la traccia si ferma per dare posto a un breve assolo di basso prima di riprendere la sua incessante fuga dalla realtà; quasi come sentire Kraftwerk, Art Of Noise e Juan Atkins in chiave acida. Bel disco, sentito ed espressivo. Dieci copie sono ancora disponibili delle cento stampate in totale; noi ci godiamo la nostra in attesa del nuovo album di Robert Crash in uscita verso Pasqua.

Stay tuned,stay Inside!

 

di Matteo Reho

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Phlox, l’album di debutto di Edit Select!

edit-select-phloxE’ un concentrato ipnotico l’ ultimo album dello scozzese Tony Scott, in arte Edit Select, uscito a fine febbraio in vinile per l’ etichetta Prologue. Diventato tra i producer techno più rispettati nel mondo, in Phlox Edit Select sfoggia tutto il suo talento e la sua passione per la deep driven techno. Un ambiente surreale si viene creando all’ ascolto di questo LP, un viaggio a occhi chiusi tra ambienti emozionali e scenari paradisiaci alla ricerca di una solitaria intimità. L’ alternarsi di tracce contemplative con altre più incalzanti è, a mio modestissimo avviso, un connubio azzeccatissimo che mantiene l’ ascolto piacevolmente inchiodato nell’ oceano di suoni tanto differenti quanto congruenti. Nello specifico BLISSFULLY UNAWARE più che di una canzone prende le sembianze di un altro mondo, trascendentale, un dolce stato di mente reso soffice e fluttuante grazie all’ assenza di ritmica ed effetti “space” precisi ed indovinati; SURVIVORS OF THE PULSE , prodotta insieme a Dino Sabatini, ha un grande pregio, ovvero l’ essere una traccia, dalle sembianze minimali, che non cela al suo interno la pretesa di strafare; drum-machine in loop accompagnata da un synth spiccante e uno puramente ambient; RECEPTOR è uno dei picchi più alti sulla risposta in frequenza presenti nell’album che alzano i bpm mantenendo però un tema contemplativo caratteristico di tutto il lavoro; segue DISTANT con un instancabile loop che basta mettersi comodi e rilassati, il resto è “solo” emozione. A metà viaggio si rialza leggermente il ritmo che accompagna incastri sonori egregi, di quelli che vorresti non finissero mai (CIRCLING); PHLOX INTRO lascia, a differenza delle tracce precedenti, un cupo senso di mistero, quasi triste, che si realizza alla traccia #7 (PHLOX) in un frenetico e ansioso stato d’ animo che ha la forza di riversare nella pista adibita a stanza delle torture; DOWNDISE parte quasi timidamente per splodere poi in un kick dai connotati dub che abbatte qualsiasi catena; la nuova versione della vecchia Bauer (BAUER REPRISE) mantiene il suono avvolgente della prima produzione con l’ aggiunta di suoni che sembrano fare da spartiacque tra due mondi paralleli; rallenta il ritmo con THE PASSING che, vista anche l’ assenza di ritmica, è insieme ad ASPERITY feat. Markussuckut la chiusura ideale di un lavoro improntato alla ricerca di una spiritualità nascosta che si lascia vedere nella sua dolce maledetta bellezza.Da segnalare anche l’ esperimento visuale messo in atto da Amoeba che insieme a Edit Select propongono un live audio-visual di grande effetto. Da non perdere.

di Matteo Reho

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Giorgia Angiuli: il podcast del live @ Marry Klein

Giorgia3_web-KopieDall’ Harry Klein, meraviglioso club di Monaco,è partita un’interessante iniziativa che sta raccogliendo enormi consensi un po’ ovunque. Il club,soltanto per il mese di Marzo,ha cambiato il proprio nome in Marry Klein lasciando la consolle a sole donne per supportare la difficoltà di quest’ultime nell’inserirsi nel mondo del Djng.

Tra tutte le artiste con il nastro rosa al braccio troviamo con estremo piacere Giorgia Angiuli, che continua a portar in giro per l’Europa il suo sound made in Italy ma figlio del mondo.  Ecco a voi il podcast del suo live al Marry Klein :

http://harrykleinclub.de/blog/podcast-nr-110

 

Cogliamo anche l’occasione per riproporvi l’intervista esclusiva realizzata da The Insiders a Giorgia Angiuli durante la sua performance al Lanificio 59 :

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VARIOUS – MY LOVE IS UNDERGROUND : 12 House Tracks selected by Jeremy Underground Paris – FAVORITE RECORDINGS

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All’ incirca una settimana fa, in un piovoso pomeriggio di marzo, gli amici di THE INSIDERS mi chiedevano se avessi del materiale per una review. Io dal canto mio ero intento a scovare qualche nuova chicca di questo 2014 partito musicalmente non male (Sanremo a parte), quindi ho risposto positivamente concedendomi sette giorni di tempo per scoprire qualcosa che mi coinvolgesse a pieno, qualcosa per la quale ne valesse la pena scrivere. Dopo aver ascoltato cinque/sei album ,passando dalla techno all’ house-funk, dall’ elettronica sperimentale alla tech-house e alla minimal, è arrivata l’ illuminazione. Non sempre accade e forse ora starei scrivendo di un album sì buono ma di cui avrei dimenticato l’ esistenza tra un mese. La fortuna questa volta ce la propone Jeremy Underground Paris con la mitica raccolta, firmata FAVORITE RECORDINGS, intitolata MY LOVE IS UNDERGROUND nella quale troviamo vere e proprie perle deep-house che vanno dal 1987 al 1997 e per le quali il dj e “label boss” francese ha dovuto girare non poco. Il formato giusto per proporre tale fantastica selezione non poteva essere altro se non il vinile,rigorosamente, visto anche che ogni traccia uscì, alla data di pubblicazione, ognuna incisa sul magico disco nero. Dodici tracce, sparse su sei lati, raccolte in tre LP vengono proposti, in questo pazzo mese, da Jeremy Underground Paris e ciò che si scatena ascoltando questi pezzi di storia è semplicemente sublime,una tromba d’ aria musicale che risucchia praticamente nel dance-floor. Basta sentire la forza d’impatto della traccia d’ apertura. Stiamo parlando di PRESSURE firmata AARON ARCE che mischia al proprio interno, oltre ad una cassa onnipresente su ogni battuta di clap, synth melodici e incastri sincopati di cimbali, hi-hat e rimshot; fantastico. A seguire BIPO con WHY? (EXTENDED VOCAL), dove ovviamente la parte vocale la fa da padrona ma che non sarebbe un classico del 1988 senza una base con snare a tratti senza controllo e note di synth che sembrano arrivare dalle più remote colline spirituali del Giappone. Il lato B del primo disco si apre con i connazionali GIO CANEPA e STEFANO RIGHI, ovvero UNIVERSITY OF LOVE – VOSTOK 3 del 1992, traccia che mi sta particolarmente a cuore per questioni di cifre oltre, naturalmente, per avere al suo interno un basso imponente e una ritmica incastrata ottimamente, un incantevole assolo di clap intorno ai 3 minuti e 11 secondi, seguito da un synth piano riverberato fin dentro l’ anima, sfumando, alla fine del pezzo, dal delirio artistico verso un drum-loop che lascia la mente ancora sognante. DJ TRAX con DEEP MODERN JAZZ chiude il primo dei tre round; la ritmica è incalzante soprattutto grazie al frequente uso di un clap massiccio. Del 1993, targato TOMATO RECORDS, è invece EURODISNEY PART 1&2 di NATUREBOY che fa venire la nostalgia dei ’90 con quei loop musicali che vengono improvvisamente spezzati da sintetizzatori percussivi che entrano prepotentemente in scena. La traccia #6 mi da la personale impressione di essere il manifesto della trasgressione; non ho idea di cosa stessero pensando Mike Munoz e Victor Sanchez quando hanno dato vita a LATIN DREAM, o meglio, una vaga idea me la son fatta ma diciamo che la tengo per me. Doppi sensi e donne ansimanti a parte, questo pezzo del duo DOSE OF PARADISE (TRAX VOL1) ha un gran bel groove e una musicalità instancabili. Segue PROJECT DEMOCRACY con IS THIS DREAM FOR REAL? (PSYCHEDUB) pezzo della bellezza di 27 anni, il più vecchio di tutta la raccolta (1987), che fonde ad una linea di basso insistente le fondamentali che hanno fatto grande l’ house di Chicago degli albori. Il trio LEVEL 3 pubblica, il giorno dopo la mia nascita, sotto l’etichetta STRICTLY RHYTHM, un LP contenente due pezzi magnifici di deep-house: uno è A DAY IN THE JUNGLE, l’ altro AROUND THE WAY inserito nella selezione di Underground Paris; che dire, synth leggeri ed omogenei guidati da un groove schizzofrenico, geniale. Arriva il momento di CAUCASIAN BOY con IN FROM BEHIND (BOOM BOOM INA BEDROOM) che inizia con un pungente sintetizzatore e un suono di hi-hat che spesso e volentieri ho sentito in pezzi di storia come MODEL 500 e CYBOTRON, a seguire trombe digitali che creano la giusta atmosfera per accompagnare i continui gridi di piacere di una donna immaginaria. MANHATTAN PROJECT VOL.1 – SATURDAY LUV, grande pezzo underground scritto, prodotto, arrangiato e mixato da MELLOW MAN che sull’ LP originale riporta la seguente frase di MARCUS GARVEY ovvero: “A PEOPLE WITHOUT THE KNOWLEDGE OF THEIR PAST HISTORY, ORIGIN AND CULTURE IS LIKE A TREE WITHOUT ROOTS” (Una persona senza la conoscenza della sua storia, origine e cultura è come un albero senza radici); quando la musica emoziona ed insegna. Del 1997 è invece GET UP ON YOUR FEET di VISSAL, per URBAN DANCE RECORDINGS, che funge da trampolino di lancio per l’ opera conclusiva di una raccolta a dir poco stellare, superba. Gli ultimi 6:05 minuti del terzo ed ultimo disco portano la firma tricolore, quale onore per una penisola,per dirla alla Battiato “sommersi soprattutto da immondizie musicali”. Storia underground italiana THE POETS con EMOTION del 1993, traccia che oltre per il feel ritmico va ricordata per l’inesauribile organo che si dispiega libero nell’ aria, che scioglie i muscoli e libera nella pista l’essenza più vera, sincera e sentita di ognuno. Per rendere un’ idea della bellezza di questo pezzo,immagino simpaticamente dietro la consolle Jon Lord dei Deep Purple oppure Tony Kaye degli Yes,un’ affermazione blasfema se pensiamo alla tecnica, curiosa sul piano emozionale. Non credo ci sia altro da aggiungere per una delle uscite più interessanti, se non la più interessante, ascoltate sino ad
ora in questo nuovo anno. Per chiudere vorrei scusarmi col lettore se sono stato poco sintetico ma poco posso farci se come Jeremy Underground Paris anche MY LOVE IS UNDERGROUND.

di Matteo Reho

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Deadmau5 e Richie Hawtin insieme per Plus8 

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Il buon caro Deadmau5 ( più caro che buono a mio parere) torna in campo su Plus8 Records affiancando al suo nome quello “poco pesante” di Richie Hawtin. Il progetto ,ovviamente, ha il chiaro sapore di scelta commerciale più che artistica, nel pieno stile di “quelli che portano la maschera/quelli che è tutto marketing ed il marketing è tutto”. “Sunspot” (White Space Conflict) non offre molti sussulti e non va oltre il tipico stile “Plus8”, dalle chiare origini techno la traccia si mantiene lineare e quadrata senza alcun impulso di innovazione, con quell’insipido andamento che ti fa venir voglia di tirar fuori un aggettivo quasi sempre inopportuno nella musica elettronica : “vecchio”. Ma l’impegno nell’analizzare l’anima di una traccia si ferma come al solito davanti ai nomi presenti nel titolo, che fanno da marchio di qualità soprattutto quando la qualità non c’è , rendendo sempre più miti i soliti miti.

 di Vincenzo Miele

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Julien Sandre – Perception

julienUno dei dischi che ho comprato ultimamente porta la firma dell’italo francese, Julien Sandre. Si tratta di un ep uscito sull’etichetta nostrana Etruria Beat, capitanata da Luca Agnelli. Il vinile comprende l’original mix di Perception e tre remix, appunto di Luca Agnelli, Dan Drastic e Italoboyz. Se parliamo di Julien Sandre non possiamo non menzionare il French Touch da cui proviene il suo background, ma sarebbe limitativo riferirci solo a questo visti i differenti generi musicali da cui prende ispirazione. Sicuramente però, la scoperta dei Daft Punk, l’ha condotto in un nuovo mondo e alla passione per il djing e l’house music, fino ad arrivare all’esplorazione di sonorità più elettroniche e ipnotiche. Conseguenza di tutto ciò: il passo da produttore. La sua prima traccia Satisfaction è uscita sulla Dynamic Records di Solomun, per poi rilasciare tracce e collaborare con etichette quali One Records, Tsuba, Hot Waves e Safari. Ora lo ritroviamo qui su Etruria Beat, con una traccia, Perception, che ricorda molto un old school che sta ritornando in auge in questi ultimi periodi. Sound techno, di stampo “Detroit”, caratterizzato da un chord pieno e ipnotico che rende il mix elettrizzante, e che insieme a una cassa piena e degli hat e snare metallici crea un groove old school che tanto sta piacendo nuovamente, me compreso. Il remix di Luca Agnelli ha un sound techno ma più moderno, il groove palleggiato, cassa dritta, gli hat e lo snare sono molto meno metallici e più chiusi. Luca utilizza giustamente lo stesso chord di Julien Sandre ma probabilmente con qualche effetto che lo differenzia un po’, in fondo togliere un chord pieno e elettrizzante come questo farebbe perdere molto alla traccia. Mi è molto piaciuto anche il remix di Dan Drastic, altrettanto bello, e con la particolarità di aver ripreso una parte del vocal della traccia originale e reinserita con un delay accompagnando il chord dando movimento all’intera traccia. Disco consigliato vivamente, che dimostra non solo qualità di Julien Sandre come produttore, ma anche quelle di Luca Agnelli e della sua Etruria Beat nel saper scegliere su che tracce puntare.

di Simone Zamparini

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BPM001 mixed by ART DEPARTMENT

BPMSe state cercando qualcosa di forte, coinvolgente, estremamente potente, non vi resta che ascoltare BPM001 mixed by ART DEPARTMENT, primo capitolo, out già da Gennaio scorso, di una serie di lavori targati BPM e NO. 19 Music che attendiamo con ansia. Una bomba ad orologeria questo CD che genera, nella collisione ed esplosione di suoni seducenti, un immenso desiderio di libertà espressiva, di ribellione contro qualsiasi forma di contenimento, di pacatezza; in altre parole, vietato non lasciarsi andare nel dance floor. Dal tedesco Oskar Offerman che apre, per l’appunto, le danze con un intramontabile You Said PartyI Said Maybe (Dub), passando per artisti quali Maher Daniel & Jon CharnisTen Walls con Requiem, Deetron con Character, Boris Horel e la sua Wild Combinations, gli stessi ART DEPARTMENT, che hanno scelto e mixato artisti e brani, con Sun Comes Up (Mind Against 909 Remix) che, consentitemi di dirlo, per le mie orecchie è immenso, dolce e geniale delirio artistico! Poi ancora, Deniz KurtelBaikalLouie FrescoEric VoltaVCMG e Marcus Worgull & Peter Pardeike con Lenoix ovvero spazio atemporale nel quale l’animo si lascia cullare dalle forme d’onda di un suono così divino. Non posso fare a meno di pensare che questo CD, con la sua forza esplosiva, con il suo geniale estro, è soltanto un compilation album tratto dal BPM Festival che annualmente si svolge in Messico sulle rilassanti spiagge di Playa Del Carmen, ritrovo, come si può ben ascoltare, dei più importanti artisti house, techno, electro, presenti nella scena underground. Quale assurdo turbinio di emozioni può generare il Festival dal vivo? Mi piacerebbe poter rispondere alla domanda ma, per il momento, m’accontento di dirvi che questo lavoro targato BPM Festival, NO. 19 Music e ART DEPARTMENT, che tra l’altro saranno a Roma il prossimo 21 Febbraio, è assolutamente da ascoltare; vietato assolutamente farselo scappare, perdereste sublimi momenti di arte, gioia e libertà. Proprio così, BPM001 mixed by ART DEPARTMENT è maledettamente arte, gioia…libertà!

di Matteo Reho 

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Boards of Canada – Tomorrow’s Harvest

boardsL’aggettivo più adatto a sintetizzare l’ultimo lavoro dei Boards of Canada è: cupo. I fratelli Sandison hanno voluto trasmettere un messaggio musicale forte e crudo. Già dai primi brani l’atmosfera è quella classica dei due artisti scozzesi: oscura, tenebrosa, quasi senza speranza. In Tomorrow’s Harvest (letteralmente vendemmia del domani) c’è la storia della Terra, dei suoi lati nascosti, dei suoi ambienti intimi, dei suoi suoni più profondi. Purtroppo il lato tetro, alla fine della fiera, risulta essere spento, facendo perdere carattere all’album. Non c’è più la spensieratezza di The Campfire Headphase, né il ritmo di Hi Score. Le 17 tracce sembrano non andare in nessuna direzione, così enfatiche da risultare superificiali, così spalmate da risultare anonime. Un lungo respiro che non produce alcuna emozione. Un risultato mal riuscito di far parlare la terra, standola semplicemente a guardare, e non interagendo ascoltando cos’ha da dire.

Boards of Canada ci hanno sempre abituato benissimo,  negli anni ’90 ci hanno fatto impazzire con musica futurista che ancora oggi viene ballata nei club. E dopo l’evoluzione nei primi anni 2000 erano pronti, dopo 8 anni di pausa, a lanciarsi nella nuova era della musica. Il “BoC Style” è rispettato anche in quest’album, la malincona e la nostalgia sono emozioni da cui, ascoltandolo, non si può rimanere immuni. Ma rispetto ai lavori precedenti perde d’intensità, di personalità, e non ci dà ciò che aspettiamo.

Lo chapeau arriva per la tecnica. Una qualità di suono senza precedenti, Tomorrow’s Harvest entra nell’orecchio con una dolcezza femminile, naturale. E anche l’innovazione che rappresenta l’album non è da sottovalutare. Un po’ di ambient, un po’ di chill e molta underground con un tocco lieve di drum’n’bass. Anche per questo il lavoro dei BoC è importante, peccato che manchi un messaggio chiaro.

Forse la vendemmia del domani di cui parla l’album è un modo dei fratelli Sandison di dirci che, dopo la pausa artistica, stanno ancora seminando prima di raccogliere il vino buono.

di Francesco Cianfarani

@cianfaranist 

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STL – At Disconnected Moments

stlNon è facile trovare le giuste parole per cominciare a parlare di questo nuovo album di Stephan Laubner, è strano ma, nonostante abbia ascoltato per la terza volta At Disconnected Moments, la penna si posa a fatica sul foglio. Il doppio LP+CD, prodotto dall’etichetta di Amburgo (Germania), è un lento e continuo mutare di sensazioni indefinite, senza forma. Scuba’s Motion Dub e One Day sono tracce molto delicate nonostante una ritmica molto spessa, il seme ideale, piantato nel prolifico terreno delle orecchie e della mente, a far crescere pensieri dalle lunghe e contorte radici; con Neurotransmitting Clouds On A Secret Freeway ha inizio il primo mutamento “sensazionale” sopra citato, non perché la traccia in questione non sia buona, anzi, forse semplicemente potrebbe risultare leggermente fuori tema data anche la sua quinquennale esistenza. Space Cats è caratterizzata da un basso fangoso e da synth che fanno chiaro riferimento alla spazialità riportata nel titolo stesso della traccia, non una delle migliori produzioni di Laubner, ma nemmeno la peggiore. Traccia #5, nuovo mutamento; restano un basso e un kick molto carnosi ma con Amelie’s Dub si avverte qualcosa di più profondo, isolato, malinconico; si ripulisce il basso e s’alzano leggermente i bpm mentre la melodia conduce verso territori fantastici lunghi 11:48 minuti dal nome Silent State, altra perla di vecchia data. Good Wine e Over And Out sono, rispettivamente, prefazione e prologo di una sensazione che muta in durevole angoscia che, alla fine, si traduce in intrigante curiosità: Ghostly Ambit che rappresenta tutta la misteriosità di STL.

di Matteo Reho

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Ricardo Tobar – Treillis

tobar1Dopo alcuni EP come Boy Love Girl, realizzato su Border Community, o Betweener, prodotto da Knopje (Olanda), arriva l’album di debutto di Ricardo Tobar, producer cileno che deve il suo innamoramento per questo genere musicale ai Prodigy, in particolare a The Fat Of The Land del 1997. Il primo, e speriamo non ultimo, LP di Tobar è un vortice di introspezione che avvolge e risucchia al suo interno tutte quelle sensazioni di dolce malinconia che accompagnano i momenti forse più profondi della vita; questa sensazione viene amplificata “centinaia” di volte (Hundreds) per 6:52 minuti di puro isolamento. Sleepy, continuamente panpottata da sinistra a destra e viceversa, dà vita a quell’avvolgimento che prenderà sempre più piede dopo ogni traccia; Organza è pura contemplazione, magari Tobar ha composto questo pezzo su una montagna di Torres del Paine facendosi rapire dall’incredibile spettacolo che aveva di fronte. Dubitando però che le cose siano andate in questo modo, complimenti al producer e Dj cileno per aver saputo creare un’atmosfera così incontaminata. Garden avrebbe potuto anche intitolarsi “Analog” o qualcosa del genere; in questo pezzo più che in altri si avverte costante il suono originale e coerente dell’elettronica degli anni ’90, anche dei primi 2000 se vogliamo, vecchie drum machine in alcuni casi e, in altri, samples di batteria campionati da vecchi dischi, una bella sorpresa per le orecchie più old-school. Straight Line In The Water è un qualcosa di trascendente, rapimento che muta in piacevole struggimento e in tutto ciò le melodie di synth giocano un ruolo fondamentale. Potrei scrivere pagine su pagine di questo LP ma non voglio togliere a voi il piacere di scoprire, ascoltare e godere del resto delle tracce che, messe tutte sotto il titolo di TREILLIS, s’innalzano molto vicino quel sottile ma invalicabile tratto chiamato “perfezione”. Ascoltando questo magnifico album mi è raffiorata alla mente una strofa che racchiude tutte le sensazioni che Tobar ha saputo suscitare in me e con la quale vi saluto, sperando d’aver smosso almeno un pò la vostra curiosità.

“Udivo una miriade di suoni confusi
Mentre me ne stavo sdraiato in un boschetto
In quel dolce stato in cui gradevoli pensieri
Generano nella mente tristi pensieri.”

(W. WORDSWORTH)

di Matteo Reho

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Ilario Liburni – Pomper 

liburniIntensive studio session. Così Ilario Liburni descrive brevemente la sua attività giornaliera attuale. Così si spiegano anche le numerose releases di questo producer, che vive in Belgio, sulle più importanti etichette europee come Defected, Noir Music, Rawthentic, Inmotion, Kina Music, Earlydub Records nonché sulla sua label Invade Records. Un produttore a 360 gradi.

Ho avuto modo di ascoltare una delle recenti release, su D-Floor Music, etichetta dei nostrani Pirupa, Leon e Nice7, e in effetti le tracce che ha prodotto sono orientate verso un groove più tech-house del solito. Tre tracce più un remix di Noir, Pomper Ep sono bombe da dance floor, in cui si riconosce lo stile di Ilario Liburni.

Quella che preferisco è proprio Pomper, suono pieno, basso che si gonfia, e groove palleggiato. Il vocal ripetitivo e gli hat aperti creano un bel movimento all’interno della traccia, che insieme alla cassa e al basso bello pieno, farà impazzire il dance floor.

Anche Sexdrive è degna di nota: ancora una bassline piena, groove techy, ma soprattutto anche un  pad e dei chords che conferiscono alla traccia sensualità, ma soprattutto la rendono un po’ più dark delle altre (in piano stile Liburni), con un vocal durante la pausa che sembra un mantra ripetitivo.

Infine il remix di Noir di Pomper ci sta tutto considerando che questo ep è uscito sull’etichetta di Pirupa, Leon e Nice7, e si distingue dalle altre tracce di Ilario per un suono più puramente tech-house, leggermente più funky, con un basso incalzante e meno scuro delle altre tracce.

Citando infine la quarta traccia Nasty jack, si può dire che complessivamente è un buonissimo Ep questo, da ascoltare e da provare direttamente sul dance floor.

Per concludere, proprio a causa delle sue Intensive studio sessions sono in uscita altri Ep del nostro Ilario come Bengal Ep sulla sua Invade Records, Whispered Ep su Cardinal-Vinyls (limited series) e su Moan Recordings Abapical Ep.

di Simone Zamparini

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Lazerhawk – Skull and Shark

lazerE’ notte e state per tornare a casa, il cielo è nero e non una stella che da lassù vi possa proteggere. Aprite lo sportello della macchina mettete in moto e andate via. Il riflesso dei lampioni stilizzati scivola veloce dal vostro parabrezza, state correndo verso l’ignoto, è un richiamo a cui non potete sottrarvi. Compaiono d’improvviso alle vostre spalle tre macchine nere, dallo specchietto riuscite a vedere il luccichio di tre teschi cromati sui cofani. Sono a un passo da voi, sono lì per voi. Scappate ma lo avete fatto per tutta la vita, la vostra vena giugulare si gonfia, poi di colpo rallentate. Due di quelle tre macchine si mettono al vostro fianco, la terza è dietro di voi, vogliono cancellarvi da quella notte. Tutto accade in pochi secondi, le due macchine ai lati si buttano su di voi, accelerate e vi togliete di mezzo, si toccano e la terza da dietro le sbaraglia ai lati della strada. Meno due in un colpo solo. Guardate dallo specchietto e la più minacciosa è ancora la dietro. Sapete già cosa fare. Vi fate raggiungere, frenate e sterzate, l’ombra che v’insegue ora è passata avanti a voi, vi guarda dallo specchietto, la puntate con l’indice e sorridete serafici, tocca a voi, è la vostra vita, date una botta al suo fanalino di coda, la sua macchina si rigira e vi dà il fianco, aumentate la velocità, l’ombra vi guarda prima di cappottarsi con un volo dietro di voi. Siete liberi, guardate dietro le fiamme del vostro nemico, il cielo comincia a schiarirsi, in lontananza ai lati della strada due piramidi circondate da fulmini, quello è il vostro futuro. Stanotte siete cresciuti, il futuro ve lo siete guadagnato ma non è roseo come ve lo avevano descritto. Due piramidi e i fulmini in un cielo ancora nero è quello che vi aspetta.

Lazerhawk all’anagrafe Garrett Hays di Austin, Texas è tutto questo, quindici tracce nel suo album Skull and Shark rilasciato nell’ottobre 2013, le tracce sono colonne sonore oscure estremamente evocative. Skull and Shark il singolo che dà il nome all’album comincia con un arpeggio degno di un film di Carpenter per poi aprirsi lentamente facendo entrare subito l’ascoltatore nel concept dell’album. Le influenze musicali di Garrett sono evidenti, il Synthpop anni ’80 e la Italo disco; è lui stesso che afferma che il sound delle sue produzioni è pesantemente caratterizzato da synth come TAL-U-No-62 e dal Arturia’s Jupiter-8V. I suoni escono da emulatori digitali (vi assicuro che non lo direste mai) e montati fino a poco tempo fa su Fruityloop, al suo attivo ha tre album Redline del 2010, Visitors del 2012 e infine Skull and Shark 2013. Garret Hays inoltre è coofondatore dell’etichetta Rossocorsa Records che si prefigge di unire il suono degli ’80 con una ben dettagliata estetica dell’epoca, il risultato potete giudicarlo voi.

di Claudio Rentas

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Terrence Dixon – Badge of Honor

dixonMettete sul vostro giradischi due LP dal titolo Badge of Honor e chiudete gli occhi, entrambi vi faranno navigare (nel vero senso della parola) tra i meandri piu’ nascosti del vostro animo, tra le vostre sicurezze e le vostre paure. Sì, perché l’ultima produzione firmata Dixon ha in se’ la giusta dose di genio e follia grazie alla quale, l’ artista di Detroit cresciuto con gli insegnamenti di Juan Atkins (non proprio uno qualsiasi), riesce ad esprimere quella profondità che ne ha caratterizzato lo stile e che lo ha affermato in tutta la scena underground musicale.
Ad aprire le danze ci pensa Operation Acoustic dando il via a una sensazione di dolce smarrimento spaziale che sembra, man mano che si prosegue, tipica di tutto l’ album. Tracce come Out of TimeIncoming e Lock out Chamber mettono in risalto l’ intento di Dixon di enfatizzare quel suono analogico tipico degli ’80 e della meta’ dei ’90 che con l’avvento del digitale sta pian piano andando perdendosi. La traccia 5 corrisponde a High Current – primo di altri titoli che lasciano pensare ad un tema navale – in cui si avverte forte la sensazione di trovarsi in balia di onde composte da melodici synth e hi-hat semi aperti; con Deplay sembra di nuotare in un oceano di note e suoni minimali perfettamente incastrati come, appunto, particelle d’ acqua; The Mission starebbe benissimo in un film come Blade Runner per la sua atmosfera da “nuovo mondo”; in Ocean to Sea senza un buon impianto audio difficilmente si riescono a cogliere le piccole sfaccettature del pezzo, piccoli dettagli che fanno la differenza; ascoltando Light Years non si può che esclamare: Detroit e’ tornata! L’attenzione per l’analogico sopra accennata viene in questo pezzo portata ai massimi livelli, una traccia che fa di suoni incalzanti e dell’assenza della ritmica il suo punto di forza; dopo aver percorso 10 trilioni di Km (Light Year è un’unità di distanza, piu’ precisamente la distanza che la luce percorre in un anno) torniamo sulla Terra in un oceano (The Atlantic) di note synth che creano spazialità grazie a un evidente uso del Delay; in Radio Room il titolo dice tutto, la sensazione predominante è proprio quella di trovarsi nella stanza delle radio di una nave imponente, persa nel blu dell’oceano e dalla quale arrivano messaggi di variazioni impossibili; in View from a Lighthouse sembra di vedere, non a caso da un faro, quello che è il drammatico epilogo di tutto un viaggio che si concretizza con The Connection: un esasperante corsa contro il tempo tra bassi profondi e synth ripetuti che si interrompe con un inevitabile esplosione…spirituale!
Non posso negare di aver pensato a questo doppio LP come ad un concept. Magari, come potrebbe sembrare dall’immagine di copertina e da alcuni titoli, un tributo a qualcuno; forse il producer statunitense ha voluto esprimere con il suo inconfondibile tocco un qualcosa che fa dell’acqua, e/o del tema navale, una sua evidenza, anche se, come sappiamo, non sempre i conti tornano su tutto e in questo caso credo proprio che, per dirlo con un titolo dei Radiohead, 2+2 = 5.
Ciò che posso dire con assoluta certezza è che questo album è un grande modo per concedersi un viaggio nell’oceano sconfinato che è la musica. A Terrence Dixon, invece, per quest’ultima perla di un anno ormai concluso, non ci resta che conferirgli una “medaglia d’onore”.

di Matteo Reho

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Federico Grazzini – Be Underground

artworks-000063775568-qnnsha-t500x500Creatività e poliedricità: Federico Grazzini non è solamente un dj, ma anche un producer, un animale da studio, un appassionato di funk. Se può sceglie dj set molto lunghi in cui poter esprimere le proprie passioni: house e techno lavorate a regola d’arte, un forte groove con il quale ha fatto ballare migliaia di appassionati dal Womb di Tokyo al Cielo di New York, con tappe fisse fra Firenze (Tenax), Ibiza (Zooproject) e Riccione (Cocoricò).

 Nato a Cortona, dopo qualche esperienza in radio ha esordito a fine anni ’90 nei club della sua zona per poi presentare il suo primo progetto solista ETNOGROOVEORCHESTRA, recensito anche dalla rivista Acid Jazz per la sua originalità.
Legato da una forte amicizia con Alex Neri e Marco Baroni dei Planet Funk, Federico ha collaborato con loro in un tour che ha toccato tutta l’Europa fra il 2009 e il 2010, per poi approdare ad esperienze soliste come gli MTV Days – durante i quali ha potuto condividere il palcoscenico con artisti del calibro di Moby – o la Liberty Parade.
Le sue tracce sono state prodotte da Tenax RecordingsSci+TecDefected ITHChannelZooManocalda, e la Universal ha prodotto i suoi remix ufficiali per Raiz (Almamegretta).
 Attualmente la Claque Musique ha rilasciato due sue nuove tracce Be Underground e The Next Level, squisitamente funk come lui stesso ama definirsi.
di Sara Caprasecca

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Paolo Tocci – Soundeffekte Ep

Claque Extra 017Paolo Tocci, talentuoso dj italiano di Catanzaro, promotore in passato di diversi parties in Calabria, debutta su Claque Musique con il suo Ep Soundeffekte, composto da quattro tracce, che personalmente ho molto apprezzato. Il produttore italiano ora vive in Svizzera e produce musica elettronica circondato dai suggestivi paesaggi del Canton Ticino. La prima traccia, come riporta il suo titolo, 1993, grazie al suo vocal e a dei synth vecchio stile mi rimanda agli anni ’90. Decisamente la traccia che preferisco, 1993 ha un bel groove, giochi di hit hat metallici ma soprattutto un bel giro di basso che si lega a perfezione con la cassa. A completare l’opera, una serie di giochi sonori metallici e robotici che rendono la traccia molto personale e originale. La seconda traccia First flight è davvero una bella intuizione: caratterizzata da un gioco di snare e da un synth semplice, chiaro e ritmico, che fanno letteralmente muovere le gambe, la traccia scorre via piena di groove, intervallata da momenti di piena energia conferita dai ride che entrano e da suoni elettronici che compaiono nei momenti più concitati della traccia. Una traccia che farà scaldare gli animi nel dance floor. Le altre due tracce, The Storyteller e Soundeffekte, da cui il nome dell’Ep, sono altrettanto interessanti, caratterizzate da un bpm più veloce rispetto alle prime due, ma ciò che più mi ha colpito è l’uso originale e personale dei synth che caratterizzano tutte e quattro le tracce. Queste ultime due tracce hanno una bassline più leggera rispetto al giro di basso più presente nel mix delle prime due, ma hanno un bel groove anche loro. Soundeffekte, proprio come riporta il titolo, è caratterizzata da effetti robotici e suoni spaziali che la rendono di un’altra galassia, il groove minimale è la ciliegina sulla torta tra questi giochi sonori elettronici.

Un Ep da gustare e da suonare, un Ep che conferma le qualità di Paolo, che precedentemente era anche uscito con una traccia, Intrigue in Lausanne,  sulla rinomata etichetta Endless di Luca Bacchetti.

di Simone Zamparini

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Shook by Shook

shookAscoltavo dei pezzi su Spotify illuminato dalla luce triste e fredda che solo lo schermo di un computer può dare, finita la traccia premo “artisti simili” e guardando la copertina della traccia (sì lo so non credo sia il migliore dei modi per poter giudicare qualcosa ma purtroppo è il mio e me lo tengo), scelgo un tipo che si chiama Shook. Lo salvo come playlist, spengo e vado dormire.

Il giorno dopo, in un pallido pomeriggio di novembre al freddo e al gelo di un marciapiede, accendo la moto per tornare a casa e mentre la faccio scaldare mi ricordo della scelta della notte prima. “Shook” guarda caso come il nome dell’artista ne deduco che sia una sua prima release, faccio una breve ricerca e scopro due cose: che sì ho ragione è il suo primo album dopo due Ep e una serie di remix tra cui Lisztomania dei Phoenix e che l’album è uscito il 6 agosto 2013. Non vi ho ancora detto che tornavo a casa sopra la mia Honda four four del ’76, per quelli nati negli anni ’90 sappiate che è una moto, lo dico perché le atmosfere di tutto l’album sono una serie di contaminazioni della disco di fine anni ’70 e di una particolare malinconia tipica dei synth dei primi anni ’80. Metto play, infilo il casco e parto. La luce del pomeriggio si trasforma in buio i lampioni cominciano ad accendersi e io percorro i vicoli di una Roma che vive solo nei miei ricordi con un disco dalle sonorità molto calde, bei groove profondi, suoni analogici pieni che riempiono le frequenze medio alte per la parte melodica e bassi che finiscono il loro giro con tre note che lo trasformano in un giro funky, cosa potevo volere di più? Una bella batteria, no? E infatti anche le ritmiche sono ben costruite tanto che ho il dubbio che siano persino suonate da un batterista. Percorro la via che dal fontanone porta al Gianicolo, e sento già il vostro insolente vociare che mi rimprovera perché il disco suona simile a qualcosa dei Daft Punk oppure degli Air oppure di Breakbot oppure, oppure, oppure pensate a quello che diceva Hegel ovvero che non c’è nulla di originale ma c’è solo una traduzione di quello che già esiste in una nuova forma declinata al presente ed è quello che fa Shook e lo fa bene.
Provate anche voi, fatevi un giro nei posti che vi evocano qualcosa, e dentro le vostre orecchie lasciate girare quest’album, poi mi dite. L’album contiene undici tracce ben strutturate tra cui la mia preferita Walking to the Sun. La grafica dell’album richiama anch’essa gli anni ’80 si rifà al fumetto e anche qui potreste dirmi che magari poteva essere più originale, su questo vi do ragione anche perché Kavinsky l’ha fatto meglio, ma il ragazzo è giovane e si farà. Dimenticavo, il ragazzo è poco più che ventenne e dalle mie ricerche in rete si dovrebbe chiamare Leon e proviene della terra dei tulipani, l’Olanda. Probabilmente non conosce neanche l’Honda four four ma questa è un’altra storia. Nel suo blog potrete magari trovare una data per andare a vedere e a sentire un ragazzo che ha qualcosa da dire.

di Claudio Rentas

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edPorth – Static

staticL’album di edPorth è stato creato con cura, e possiamo dire che è veramente un lavoro di qualità. Ma prima di tutto chi è edPorth? Si tratta del progetto solista di Patrizio Piastra, un musicista elettronico della scena emergente romana, facente parte della band YOUAREHERE. Il suo album, Static racchiude una serie di tracce di diversi generi, di vario stile, ma dall’inconfondibile suono elettronico. Dal groove scuro, un pò afro e ipnotico di Untraveled Knot, al pad ambient di Pareidolia che insieme con il bel vocal di Land Art rimanda a paesaggi sonori sconfinati. Un album che definirei un flusso di atmosfere, di sentimenti sonori ed elettronici, ma che andrebbe ascoltato live per renderci conto davvero dell’ottimo lavoro di edPorth. Da buon amante del groove selvaggio e aggressivo la traccia che preferisco è Untraveled Knot, la seconda dell’album: un pad ritmato e leggero che insieme a una congas in sottofondo rimanda a qualche paesaggio dell’Africa, insieme ad un synth un po’ malinconico con cui si apre la prima parte della traccia. Poi viene dato spazio al bel groove ipnotico e scuro, ben espresso nel mix di cassa e basso, insieme al suono di un organetto veramente inserito al posto giusto e al momento giusto. Una traccia che fa viaggiare davvero. Non a caso, l’album di edPorth ha ricevuto già un grande supporto: troviamo feedback positivi da artisti come Maceo PlexRamon TapiaRichie HawtinSomeone ElseMartin Dacar e molti altri. Non vi resta che ascoltare l’album e controllare quando edPorth suonerà nella vostra città!

di Simone Zamparini

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Sybiann – Spore

SybiannUn villaggio africano, tutti in cerchio davanti ad un fuoco con bonghi, djambè e strumenti etnici, e dietro un dj europeo con un computer che rende tutto ancora più magico, più completo. Tribalismo allo stato puro, ma anche elettronica allo stato puro, un bell’ibrido che prima ti disorienta, poi ti bacia e infine ti fa innamorare. Il 13 dicembre i Sybiann, gruppo nato nel 2007 a Forlì, vi faranno scoprire mondi inesplorati (se ce ne sono ancora) della musica elettronica, un viaggio allucinogeno verso un orizzonte di underground tedesca, disco anni ’80 e Moby. Pochi giorni al gran momento quindi, anche se a sentirlo l’uscita potrebbe essere benissimo il 13 dicembre del 2030, per la novità assoluta con cui i 5 ragazzi romagnoli hanno confezionato questo lavoro, Richie Hawtin in confronto sembra roba per vecchi. Una fusione pazzesca di generi e gusti musicali che porta le vostre emozioni in un altro posto, un posto sconosciuto. Sette perle preziose che sentiremo spesso nei club più buongustai della scena italiana. L’album trova il suo apice nella canzone che da il titolo allo stesso, Spore, 6 minuti di antifurti, versi di fantasmi, urla di strumenti, in una palude perfetta di coinvolgimento che ti fa ballare anche se la senti davanti al tuo capo. Non si può non muovere la testa sentendo l’attacco del basso, prima di un floreale ricongiungimento con la tua energia, e con quella degli artisti. E’ tutto così il nuovo lavoro dei Sybiann, più che una palude un prato pieno di fiori che cantano. Il primo a cantare è stato Cosmic Favela, il singolo estratto in anteprima dall’album. Questo pezzo è un amico, l’amico che quando sei seduto in discoteca ti prende di forza, ti alza e ti fa ballare, facendoti passare la serata più bella della tua vita. Insomma, un debutto in Lp da urlo, che sarà pubblicato in cd e digitale dalla Shit Music For Shit People e dalla Cinedelic Records di Marco D’Ubaldo, label che non scherza. D’altra parte da gente che ha suonato con Dan Deacon, Archie Bronson Outfit, Black Angels, Zu, Lotus Plaza, Nudge, Holy Other ci si aspetta molto. E pensare che i Sybiann avevano iniziato con l’Art Rock melodico e un po’ wave, adesso abitano un altro mondo. La musica ti può portare davvero lontano, un po’ come questo album.

di Francesco Cianfarani

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LIFE AND DEATH – ROME CALLING

Life__Death_LabelCarmine Conte e Matteo Milleri, questi sono i nomi all’anagrafe dei Tale of Us. Inutile dire quanto sono bravi, innovativi e unici questi due ragazzi partiti da Milano e arrivati a Berlino in cerca di fortuna e sicuramente contaminati da quello che questa città puo’ trasmettere a livello artistico. Superfluo quindi parlare di questo duo che sta rompendo gli equilibri della scena musicale underground; voglio dirvi la mia su quella che insieme a loro sta diventando una delle label più apprezzate e quotate del momento: la Life and Death. Potremmo pensare che si tratti di una label londinese o nata a Berlino e invece no! Stiamo parlando di una città che in fondo tutti amiamo, Roma. La Life and Death è nata proprio nella nostra Capitale da un’idea di Romano Manfredi (Dj Tennis) con un progetto ben preciso: differenziarsi dal panorama musicale attuale attraverso la continua ricerca della bomba da pista, il concept è quello di unire il nostro background “Italo Disco”con la New Wave  inglese. Ok, ora vi chiederete, cosa significa? Ho maturato questo pensiero quando dopo aver suonato per mesi Disco Gnome remixato appunto dai Tale of Us, mi è arrivata la mail promozionale di Ten Walls – Requiem. Al primo ascolto non mi colpisce troppo, poi chiaramente dopo qualche ora riprendo la mail, alzo il volume e sento tutti gli elementi e il viaggio che Ten vuole farci fare, il basso è graffiante, sporco ma ciò che rimane in testa è la melodia che parte da un crescendo di note e torna indietro chiudendo il giro. Strano è l’arpeggio che ogni tanto stona conferendogli un carattere unico e particolare. Il disco va vissuto fino alla fine, fidatevi! Merita 7 minuti della vostra vita.

di Alex Gray

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tINI – 4th Street 

tiniNon servono molte parole per presentare tINI, la regina della Desolat è una vera forza della natura. Dopo un’estate trascorsa ad Ibiza con il suo party tINI and the Gang allo Sirocco Beach, oltre a numerose esibizioni in giro per l’europa, ad ottobre è uscito il suo primo (e ultimo?) Ep del 2013, 4th Street, sull’etichetta di Guy Gerber, Supplement Facts.

Forse tINI non è tra le producer più prolifiche, con questo unico Ep uscito in più di un anno, ma è anche risaputo come lei abbia meno tempo da dedicare alle produzioni perché molto impegnata con le sue performace live in giro per il mondo. Ma quel poco che fa, possiamo dire che ha un carattere decisamente interessante.
Hat Baxx inizia subito con un groove incalzante, caratteristica che ritroviamo durante i suoi dj set: la bassline si intreccia perfettamente con la cassa donando al groove un effetto quasi tribale. A parte alcune variazioni ed effetti, ciò che dà linfa vitale alla traccia, insieme al groove, è sicuramente la voce calda di Joe Le Groove, molto presente nel mix.
Turn around è invece la traccia più interessante: una profonda bassline, che cresce durante la pausa, una cassa che spinge e un groove più morbido rispetto a Hat Baxx, ma con un hat metallico ripetitivo e a tratti aperto, molto presente nel mix, che conferisce velocità al brano. Anche qui lo splendido vocal di Charlotte CA fa la sua parte: fin dall’inizio c’è un leggero accenno di voce in delay, fino a crescere e a sfociare più chiaramente, dando alla traccia davvero una marcia in più.
Una collaborazione ben riuscita di tINI con Joe Le Groove e Charlotte CA che ha dato vita ad un prodotto che sicuramente risuonerà in molti club europei. Un Ep che rappresenta al meglio la parte selvaggia della dj e produttrice tedesca.

di Simone Zamparini

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Loquace – Bound in Blood EP

loquace

Oggi è sempre più difficile trovare un Ep deep o tech-house di ottima qualità, spesso capita di incombere in numerose tracks tutte uguali, stessa cassa stesso groove, poca anima. A meno che non si ascoltino le releases di Loquace. Il giovane produttore francese, a suon di Ep di ottima fattura, si è conquistato apprezzamenti dai big della scena musicale elettronica. Conferma di ciò è la sua presenza nelle line up per “TINI and the Gang” a Ibiza quest’estate, organizzate appunto da Tini che spesso ha voluto con lei il dj e producer francese. Proprio il suo ultimo Ep Bound in Blood, sulla sua etichetta Earlydub Records, che il giovane produttore ha fondato nel 2011, ci conferma perché è così apprezzato dai big come la signorina Desolat: due tracce create con cura maniacale, ogni suono arriva al momento giusto, entrambe con un groove palleggiato, quasi minimale, come se avessero come sottofondo il tic-tac di un orologio che scandisce minuti e secondi.

La prima traccia Happy End, Loquace la produce in collaborazione con il giovane collega francese, SLZ (artista scoperto dalla Titbit Music, etichetta nostrana creata dallo specialist Ableton Live in Italia, Giancarlo Lanza): Happy End è soprattutto caratterizzata dal bel vocal perennemente in delay che conferisce ancora di più alla traccia un groove palleggiato; un groove che si apre e continua in crescendo con giochi di hit/hat aperti e snare in delay, giochi con filtri low-pass insieme ad un pad ed effetti che creano un’atmosfera leggermente Dub, quasi sobria ma che comunque fa venire voglia di muoverti, grazie proprio ad un groove curato. Oserei dire che Happy End è una traccia sfruttabile per un dj soprattutto durante il warm-up (ma non solo).

Low basement invece è una traccia più Dub, caratterizzata da un chord dark e molto presente nel mix, e da una bassline che dà groove alla traccia e che si lega perfettamente con la cassa e il chord; a tratti troviamo un leggero pad ed alcuni effetti, anche molto metallici, che danno la giusta sensazione di suspense durante la pausa, la quale è accompagnata dal vocal in delay che si integra perfettamente nel mix.

Ecco quindi due tracce di ottima qualità, che si distinguono dalle altre ricorrenti tracce che si trovano su Beatport, catalogate come deep house, tech house o minimal, magari inserite anche nelle top 10, ma che di top hanno davvero poco.

Questo Ep da due tracce di Loquace semplicemente conferma le qualità del produttore francese, che già in passato ci ha dato prova di saper creare ottimi dischi, su etichette non a caso molto importanti e molto considerate come Upon You Records, l’italiana Kina Music e Little Helpers, perciò prima di suonarle leggere attentamente il libretto delle istruzioni!

di Simone Zamparini

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Tempelhof – Frozen Dancers

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Prosegue il sodalizio tra Paolo Mazzacani e Luciano Ermondi in arte Tempelhof con la label ferrarese Hell Yeah Recordings, dopo i primi due Ep (“You K” e “City Airport”) spetta a Frozen Dancers dare conferma degli ottimi assaggi che il duo italiano aveva proposto con i primi lavori. Il disco si presenta con un carattere ben delineato, è il frutto di un lavoro interiore, una ricerca esteriorizzata poi perfettamente con una lunga e sapiente esplorazione sonora. Per chi come loro è costretto a dover rispondere alle imprescindibili comparazioni con i  Boards of Canada & friends , riuscire a mantenere una dinamica coerenza ed un senso di composta innovazione non è impresa facile, eppure queste 9 tracce hanno saputo delineare perfettamente tutti i progressi di una maturazione stilistica ormai evidente. L’aria gelida generata dal titolo in contrasto con il torpore delle sonorità analogiche produce un piacevole senso di vuoto, sentirsi disorientati costringe a concentrarsi ed offre la possibilità di cogliere con attenzione le perfette proporzioni tra beat meccanici, synth profondi , voci erose dal tempo e suoni fluidi e nostalgici. Drake la traccia d’apertura sembra risalire dagli abissi come un ricordo che lentamente metti a fuoco, che man mano si colora, ti lascia il tempo di perderti per richiamare l’attenzione con l’incedere di suoni incalzanti e ritmiche leggere. In Monday is blue i luoghi restano gli stessi, destabilizzati però dall’ingresso di beat più inquieti e spettrali linee vocali che tornano e si evolvono con maggiore geometria in Change e Dusk, ritmicamente più stabili e quadrate. Più riflessive e profonde Sinking Nation e Skateboarding at night, stuzzicano l’illusione al movimento, perpetuano un’eccitante instabilità in cui con lentezza inizi a galleggiare. Con Running Dog termina “l’attimo ghiacciato”, termina che ancora senti in lontananza l’eco dei flussi sintetici con cui l’ultima traccia ti ha attraversato. In un album dalla struttura dinamica crescente è apprezzabile il sapiente lavoro in sottrazione che ha permesso di far convivere flussi ambient, shoegaze, minimal e IDM in modo sinuoso ed armonico senza sbavature o incoerenze, un disco d’evasione in grado di regalarti anche solo per poco miraggi di libertà.

di Vincenzo Miele

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Pional – Invisible/Amenaza

pional ep

Che Pional fosse un assiduo collaboratore del più rinomato John Talabot era risaputo. Tra l’altro è facile rimandare il nome d’arte di Miguel Barros alla più conosciuta So will be now, pezzo che da Gennaio 2012 riesce ancora oggi a far volare e cantare (provate a chiedere a chi era a maggio allo Spring Attitude), e riesce a convincere anche chi della coppia Talabot+Pional ascolta per la prima volta quelle note.

Ma che Pional, classe 1985, fosse un produttore (e non solo cantante) anche in grado di colpire le casse singolarmente lo si poteva intuire facilmente, nonostante fossero ancora pochi e poco ascoltati alcuni suoi EP del passato realizzati in  singolo (tra cui  We Have Been Waiting For You e A Moot Point entrambi del 2010 ed entrambi sull’etichetta Hivern Discs del già nominato Talabot).

Il 3 ottobre 2013 è uscito lo streaming  dell’extended dub di Invisible/Amenaza, uno dei pezzi che fa parte del prossimo four track di Pional che uscirà il 4 novembre sulla londinese Young Turks (etichetta tra cui artisti ritroviamo gente come The XXSbtrktSampha – insomma roba buona).  E già dal viaggione dub di 7 minuti e 32 secondi  potevamo capire cosa avremmo ascoltato poi successivamente. L’Ep (il cui streaming delle 4 tracce è già disponibile online) ricalca tutta l’anima dark, trascinante e con un accento più “disco” del solito, che mischiate danno vita a un lavoro raffinato e di trasporto, piacevole all’ascolto e dal facile repeat automatico.

Insomma nella “Minaccia Invisibile” (questa la traduzione che potremmo dare al disco), viene alla luce tutto il gusto del produttore madrileno verso i suoni  nostalgici ma con il giusto slancio e naturalmente guidati dal vocal.  Restiamo in attesa di nuove produzioni di Miguel ma intanto ci godiamo l’ascolto di Invisible/Amenaza.

Pional EP – Invisible/Amenaza

Pional Discography

   di Felix De Risi

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